Frases

NEXT STATION

gdm_photos_052Ragazzi, ci siamo.

E ancora una volta devo vedere i musi lunghi e ascoltare i discorsi di sempre. I musi lunghi e i discorsi contro quello che sento come parte di me fin da quando non riuscì ad aspettare la fine della partita. Corsi in strada a giocare da solo. Lanciavo il pallone contro al muro per buttarmi come un gatto e prenderlo al volo. Come un gatto no: come un portiere. Gli altri bambini del palazzo era tutti ancora in casa davanti alla Tv. In cortile da solo Pelé e Albertosi, Riva e Jairzinho, Domenghini e Rivellino, ero io. Ai musi lunghi e ai discorsi di sempre rispondevo (forse facendo parlare una voce profetica dentro di me): no non sono triste, io sono brasiliano. Era il 1970, avevo sette anni. Ho una foto di quei tempi là sdraiato sull’asfalto tutto sporco (io, non l’asfalto) abbracciato al pallone. I discorsi e i musi di oggi sono uguali a quelli di allora. O meglio, diversi. Se a quei tempi là gli amici protestavano contro un Brasile inarrivabile, oggi invece protestano contro la nostra indolenza dicono che il calcio è come il carnevale e il samba, il nostro oppio. Dicono che se invece del carnevale organizzassimo la rivolta delle favelas, la miseria sarebbe ormai finita da un pezzo, dicono che se al posto di ballare leggessimo Sartre e Proust a quest’ora avremmo risolto tutti i nostri problemi. Io rispondo che per vincere la crisi in cui sguazzano la smettano una buona volta con il Palio di Siena, con il Gran Premio di Imola e con la festa de Noantri di Roma e che arrestino tutti i mafiosi e che se al posto di vantarsi continuamente di Michelangelo e Leonardo si rendessero conto del loro ritardo culturale e morale, allora sì!

Leggiamo cosa scrive oggi il giornalista Juca Kfouri:

Correva l’anno di piombo 1970 e la “Seleção Brasileira” avrebbe dovuto affrontare la Romania nei mondiali del Messico, a Guadalajara. Frequentavo la facoltà di Scienze Sociali dell’Università di São Paulo e due giorni prima della partita il professore di sociologia, l’incomparabile professor Gabriel Cohn, fissò un esame scritto che avrebbe coinciso con lo stesso orario della partita. Alzai la mano e, con tutto il rispetto, protestai.Venni fischiato da tutta la classe. Democratico com’era, il professore criticò i fischi e sottomise la decisione ai voti. Quella sera mi resi conto che la mia classe aveva 21 alunni: il risultato fu di 20 a 1 per la manutenzione dell’esame. In quel tempo la parola d’ordine delle nostre sinistre era: “ogni gol della Seleção ritarda di dieci anni la rivoluzione brasiliana”. Quello che i miei colleghi ignoravano era il fatto che io fossi militante della ALN, Ação Libertadora Nacional, di Carlos Marighella, ciò nonostante cominciai ad essere considerato un alienato; sostenevo in ogni discussione che non avrei permesso alla dittatura di rubarmi quello che avevo di più intimo, la mia passione per il futebol, la mia emozione all’ascoltare l’inno nazionale, niente di tutto questo avrebbero potuto usurpare coloro che avevano preso d’assalto il potere. La fine della storia è ben conosciuta: la Seleção vinse i mondiali e conquistò definitivamente per il Brasile la coppa Rimet, e la storia registra che gli eroi dell’impressa furono: Pelé, Tostão, Gerson, Rivellino, Jairzinho e non il generale di turno, Garrastazu Médici, il torturatore.

Dodici anni dopo, con il pese sul cammino della ridemocratizzazione, in un incontro con il vecchio professore, ascoltai da lui la frase che più mi piace ripetere: “non posso credere in qualunque sociologo brasiliano che non abbia i pantaloni consumati dal marmo delle gradinate”. In quel tempo, come oggi, politicizzare il tifo e i tifosi durante i Mondiali, più che una sciocchezza è una cosa inutile. Perché al primo gol brasiliano l’emozione travolgerà qualunque ragionamento, come in quel tempo. Meno male.

Oggi Marcello Lippi l’antipatico, sugli ultimi vergognosi pareggi della nazionale italiana dice: “le amichevoli non contano”. No, caro Lippi, contano eccome, perché ad ogni partita della Nazionale entra in campo tutto, e tutto viene rimesso in gioco, tutto conta, la passione, il sogno di ogni bambino, il mio sogno di bambino, la storia di quattro titoli mondiali, il trionfo del Bernabeu, il gol di Bettega di testa contro l’Inghilerra nel 76, il colore azzurro della maglia, la maglia. E puoi stare tranquillo che non è solo un gioco; qui, puoi starne certo, non è solo un gioco. Tutto conta, le amichevoli e le partite ufficiali, soprattuto quando in campo c’è la sqaudra azzurra.

Caro Prandelli, tu, onesto giocatore e bravo allenatore, diglielo ai tuoi ragazzi di dare il sangue ad ogni azione, dillo ai tuoi ragazzi di usare oltre ai muscoli anche il cuore, fai vedere alla nazione che l’Italia s’è desta, ché ti voglio vedere in finale, per il bambino che ero e l’uomo che sono.

P.S.  Imporvvisamente il mio vicino di seggiolino sghignazza. E con lui le decine di persone presenti. Io pure. Ci stiamo avvicinando a Piazza della Repubblica. I piedi scalpitano per scendere dal metrò pieno, scendere due piani di scale mobili e prenderne un’altro ancora peggio. La voce annuncia: “Próxima Estação… República” e dopo una frazione di secondo: Next Station… Republic

Ormai ci siamo, ragazzi, ormai ci siamo.

São Paulo Brasil XXI secolo

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

 

 

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