Frases

La Cultura e Re Salomone

Un elenco dei protagonisti di queste mie righe comincia dall’autista dell’autobus che non conosce il nome dalla via per la quale tutti i giorni passa almeno un decina di volte, e finisce con quello del presidente della repubblica, anzi della Presidenta, come le piace farsi chiamare.

Il primo non sa indicarmi la fermata giusta in cui scendere, la seconda è seduta in prima fila in mezzo ai criminali. Il primo guida come un pazzo nei saliscendi della periferia, tra casupole, rigagnoli di fogna, trafficanti di droga. La seconda con la sua presenza dà l’avvallo istuzionale all’infamia. Il primo si ferma bruscamente e riparte in modo altrettanto brusco. Non importa, tanto non lo rivedrò mai più. L’edificio nuovo, bianco, sette-otto piani, lo riconosco da lontano, l’informazione dell’autista è completamente inutile, non posso sbagliare, un paio di  salite, la fogna. Eccolo qua: Fábrica de Cultura. Una straordinaria iniziativa del Governo dello Stato di São Paulo, un progetto sociale pubblico frequentato da centinaia di ragazzi dai due ai novantadue anni, gratis. Biblioteca, computer, sala di musica, teatro, danza, refettorio, auditorio, palestra. Basta iscriversi e partecipare alle iniziative che coinvolgono le scuole della vicinanza e le varie organizzazioni sociali. Sette, otto, piani di libertà, dove soprattutto si impara ad esercitare il diritto di esistere, il diritto all’arte e, come dice il suo nome, alla cultura, a fabbricare la cultura. Una cultura che non arriva da fuori, ma nasce proprio da lì, dalla favela, dal basso, dalla gente, dalla donnetta che mi vende un bottiglia d’acqua per placare l’arsura di quel deserto urbano, di quell’immenso quartiere senza niente, senza una piazza, un’albero, una farmacia, un cinema ma con la Fabbrica di Cultura! Una sala su tutte: la “oficina literária”. Dove sono i libri? chiedo ingenuamente mentre osservo il tavolone su cui sono appoggiate una pistola, una bomba, un mitra. Dove sono il libri? chiedo ingenuamente mentre osservo i vestiti appesi, i costumi, i disegni dei manifesti appesi. Un laboratorio di letteratura senza libri…

1370282771Il panorama dal settimo piano si affaccia sulla favela, sui trafficanti di droga con cui la Fabbrica di Cultura, dello Stato di São Paulo deve scendere a patti, si affaccia sul deserto urbano, sulla vera natura della nostra città, su milioni di persone ingannate proprio da coloro che siedono in prima fila con la Presidenta, ingannati con il contentino di un miserabile aumento della rendita che permetterà di non morire di fame e di frequentare le scuole tecniche, propagandate come la panacea di ogni male, per avere il sognato diploma, ma che in un futuro prossimo, servirà solamente per trasformarti in nuova carne da cannone, come è sempre stato e, a quanto pare, sempre sarà. Il laboratorio di letteratura senza libri… chiedo perplesso mentre osservo sul tavolone la pistola di legno il mitra di cartone e la bomba giocattolo. Sì, risponde la guida che mi accompagna. Senza libri, perché ogni bambino scrive la sua storia e poi la drammatizza, e ogni storia vissuta è fatta di violenza estrema, di pistole, di mitra e di bombe. È vero, è proprio così. Penso al posto di blocco in cui sono appena passato, alle armi dei soldati spianate contro tutti, ai mitra alle pistole vere. Guardo le armi di legno e cartone montate dai ragazzi del laboratorio e comprendo tutto. La Fabbrica di Cultura, fabbrica la storia di ciascuno, costruisce ed elabora, drammatizza il vissuto di ogni ragazzo, esorcizza la sua realtà da incubo, costruisce il suo vero futuro, produce la cultura, quella vera, la pulsione di essa, la cultura che nasce e si moltiplica attraverso l’azione capillare, la cultura a cui non si deve arrivare ma che ha bisogno solo di un piccolo incentivo per esplodere, che non ha alcuna necessità di essere riconosciuta dalle istituzioni, ma che di queste istituzioni ne fa volentieri a meno. http://www.fabricasdecultura.org.br/fabrica/capao-redondo

Ho perso il filo del discorso e la coerenza del ragionamento. Volevo fare un paragone tra la favela, la Fabbrica di Cultura del Governo di Stato e della cerimonia di inaugurazione del tempio di Re Salomone. Sì, sì, il tempio di re Salomone costruito seguendo rigorosamente le misure date da Dio e scritte nella Bibbia. In centro, lo hanno costruito in centro, il tempio di Re Salomone. L’autore, oltre a Dio stesso, è Edir Macedo, un individuo che trent’anni fa si è alzato una mattina ed ha cominciato a predicare in piazza una nuova religione, basata su esorcisimi e lo slogan “Deus é Fiel” Dio è fedele, fedele alla sua promessa, ti ha detto che dominerai la terra e così sarà, in primo luogo se ti comporti come dominatore e poi vedrai che le cose succederanno da sole, dammi la decima parte di tutto quello che guadagni e il miracolo succederà.

Edir Macedo, fonda la sua chiesa, la sua religione, costruisce decine di templi in ogni città, compra vari canali di televisioni i cui programmi divulgano i riti, gli esorcismi e conferenze sul successo economico e commerciale a cui i figli di quel Dio Fedele sono destinati. Insomma, una religione fai da te che promette e realizza il successo economico. Devoti di ogni classe sociale, i più miserabili sperando nell’ascensione, quelli già a posto sperando in ulteriori guadagni. Il Tempio di Re Salomone, pagato dai fedeli, è ora sotto inchiesta del pubblico ministero: sembra infatti che sia stato costruito irregolarmente che il comune abbia dato il permesso basandosi su una documentazione falsificata o adulterata. Insomma la solita penosa storia di corruzione. L’inaugurazione: in prima fila Edir Macedo, vestito da rabbino biblico, sia è fatto pure crescere la barba come il profeta Isaia. Al suo fianco: la Presidenta, il vice presidente, vari governatori di stato, sindaci da tutto il paese, il nostro governatore, il nostro il sindaco, e cinque ministri. Dentro al tempio, che ha la capacità di ospitare diecimila persone tutte comodamente sedute, invitati eccellenti, banchieri e imprenditori, industriali, affaristi di ogni genere, il fiore della società. Fuori il popolaccio minuto, come l’autista dell’autobus o la donnetta che mi ha venduto la bottiglia d’acqua alla favela, vicino alla Fabbrica di Cultura, costruita dal governatore che oggi bacia la mano a Edir Macedo vestito da rabbino e con la barba del profeta Isaia, mentre sfila tra i fedeli, il governatore, il sindaco i cinque ministri e la Presidenta, mentre sfila l’arca dell’alleanza. Sì, sì, l’arca dell’alleanza. Proprio uguale a quella del film di Indiana Jones. Dorata, con gli angeli sul coperchio, portata a spalla tra i cantici, e gli incensi. I banchieri, il governatore il sindaco cinque ministri la Presidenta la donnetta l’autista dell’autobus i telegiornali i giornali le prime pagine.

Vorrei terminare con una bella frase sulla forza della cultura popolare, sulla infinita capacità di sopravvivenza della gente. Non ci riesco.

E mi dispiace molto concludere con parole di disprezzo e odio verso il tempio, e quella religione verso i presenti a quella cerimonia, verso tutte le autorità che con la loro presenza le hanno conferito autorevolezza morale. Ma così è.

Per vomitare: https://www.youtube.com/watch?v=TS3zrszSgUk

São Paulo Brasil XXI secolo

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

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