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I Nomi

Sem Terra 02Il Signor Carlos è un anziano tranquillo, all’antica, modi forbiti, educazione da gentiluomo, al giorno d’oggi sempre più rara, dall’aspetto un po’ stanco non riesce a nascondere la soddisfazione di chi sa quello che ha fatto, di chi ha la coscienza del dovere compiuto. Gentile, aspetta la mia corsetta fino all’ascensore, mi apre la porta, schiaccia il pulsante. Negli anni, le conversazioni abituali sul tempo, il caldo, il freddo, sono state sostituite da altre più vere e meno formali, sui figli, la famiglia. Oggi no, la conversazione acquista nuovi toni, nuove e sconosciute frasi. L’abituale mansuetudine del Signor Carlos si è trasformata in rabbia, desiderio di vendetta, auguri di morte. Nelle sue parole non c’è più spazio per la pacata educazione dei tempi andati, le sue parole vengono dalle scure profondità dell’essere, caricate di tutto l’odio accumulato in una vita, tutta la rabbia di un uomo che sente la minaccia arrivare sempre più vicino.

È giorno di manifestazione, la sede dell’ INCRA è presidiata. O si fa la riforma promessa, o rimarranno lì davanti chissà fino a quando. Cinquanta metri separano i due mondi, il nostro -come dice il Signor Carlos- e il loro, cioè  il mondo di quelli che decidono di manifestare davanti al portone dell’ INCRA e sotto le nostre finestre, le mie e quelle del Signor Carlos. Il traffico impazzisce. Le parole d’ordine scandite da migliaia di persone vengono travolte dal frastuono delle automobili che, obbligate all’immobilità, strombazzano feroci tutto il loro dissenso. Arriva la polizia, ma stavolta si limita ad osservare discretamente. Il quartiere è troppo chic per cominciare una guerra.

Istituto Nazionale per la Colonizzazione e la Riforma Agraria, abbreviando, INCRA. Cinquanta metri da casa mia e dall’odio del Signor Carlos.

La manifestazione è del Movimento dos Sem Terra, quella accozzaglia di ladri e vagabondi che non ha voglia di lavorare e che prende le cose degli altri senza permesso e che ai miei tempi sarebbero stati tutti messi al muro ma adesso la polizia non fa niente, guarda lì, Senza Terra maledetti, guarda la confusione che hanno provocato, cambada di animali.

Il dizionario dice che la parola Cambada significa: grande quantità, moltitudine, raggruppamento di persone o di bestiame, marmaglia, orda. Oggi la cambada è una massa anonima deforme, anzi, è una minaccia alla tranquillità pubblica,  una minaccia alla proprietà privata, oggi la cambada é una massa anonima e senza volto, una invasione di strade eleganti, la scoria della società. Decido di uscire, arrivo fino al centro della manifestazione, guardo le facce dei presenti. Sono lì per una ragione, quello che vogliono va oltre la Riforma Agraria promessa da sempre e sempre negata. Quello che vogliono è il diritto di esistere, il diritto ad essere riconosciuti, il diritto di essere  cittadini dello stesso paese in cui vivo assieme al Signor Carlos. Nella cambada che vedo ci sono uomini, donne, bambini, giovani e vecchi, un pezzo, un ritratto del Brasile.

Adesso finalmente, l’amico Giulio permette che io conosca alcune di quelle persone. Le sue non sono fotografie. Sono storie di vita raccontate attraverso gli sguardi, le espressioni, le pose e soprattutto attraverso i nomi. Il nome e il cognome di ogni persona che con immensa soddisfazione e orgoglio ha deciso di aprirsi al mondo ed arrivare fino a me.

Caro Giulo, non sei tu l’autore di questo libro. L’autore è questa gente, la nostra gente, che sempre è stata descritta come massa anonima, ma adesso finalmente oltre la fisionomía, possiede l’orgogliosa identità di se stessa.

 

São Paulo, Brasil, XXI secolo

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

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