Frases

La sabbia negli occhi

pig_iron_039Il muro bianco dall’altra parte della strada è vicino quanto basta per impedire ad ogni panorama di manifestarsi in tutta la sua miseria. Forse è davvero meglio così, se quel muro non ci fosse, la favela si vedrebbe anche da lì, da quella panchina sbilenca infilata sul retro di un supermercato. Un iper mercato, un parcheggio iper immerso in un rumore costante tra la tangenziale e l’autostrada. La coltre di polvere riflette un sole furente, non piove da mesi e la città affoga nel suo inquinamento in una foschia bianca che copre ogni cosa. Muro panchina e luce. Traffico costante a pochi metri, è la periferia delle periferie, lontano da tutto, anche da se stessa.

Osservo la scena discretamente, mi sembra di invadare la loro intimità. Devono aspettare ancor molto, i portoni dela casa di riposo aprirano tra um paio d’ore. Non vogliono arrivare in anticipo in modo che le vecchiette possano fare il loro riposino pomeridiano.

Hanno l’aspetto stanco, più lui che lei. Lui, di mezza età, ha una voglia matta di smetterla definitivamente, lei al contrario risponde che non è possibile, perché non ce la farebbero, sono fatti così. Lui insite nel dire che è da quando aveva quattordici anni, lei ribatte con un sorriso. Come a dire: ma smettila di lamentarti. Lui ubbidisce prontamente, non si lamenta più, sa che lei ha ragione. Lei ha gli occhi pieni di lacrime. Lui se ne accorge subito anche senza guardarla perché l’ha vista piangere mille volte e sa che comincia sempre così, con un tremore alla gamba che non riesce a stare ferma: sta per piangere. La domanda di prassi -tra il nervoso e l’ironico: piangi? La risposta di prassi -tra l’ironico e il nervoso -: no, mi è andato un granello di sabbia nell’occhio.

Lui sa a cosa lei stia pensando. Lei sa che anche lui sta pensando alla stessa cosa. O alle stese cose. Quando la mezza età diventa sempre più mezza e l’età è molta, il tempo dei bilanci incombe. Ed è permesso anche piangere. Lui sa che lei ha una enorme quantità di ragioni per essere triste, tristissima. Lei pure sa la stessa cosa di lui. Però è vero anche il contrario: alla felicità basta poco per manifestarsi in tutta la sua pienezza. Per cui il suo pianto a questo punto è solo frutto della stanchezza amalgamata a infinite  tristezze e felicità di attimi. A cosa pensi? le chiede. Alla stessa cosa che pensi tu. A Terzinha? a Johnny Cristhian? No, A quando siamo andati al cimitero a trovare Adriano….

Lei: che fai, piangi?

Lui: No, mi è entrato un granello di sabbia nell’occhio.

gdm_photos_002È Bestiale

Oggi io sono più meglio io, non mi sono mai sentito tanto io come adesso. Eccomi qui, nella mia carta d’identità, nella mia mano: questo qui della foto sono io. Mi viene da urlare dalla gioia, di farla vedere a tutto il mondo: io, la mia carta d’dentità, il mio nome firmato sotto, sono io che ho firmato senza metterci il ditone e questo qui, sono io.

Qui c’è scritto che ho ventidue anni.

Io mi ricordo quel giorno quando ne avevo nove, fu la prima volta che mio zio mi portò qua, sulla strada. Non ho smesso più. È stato subito dopo quella notte dell’incendio, quando ho dovuto fuggire in fretta per non bruciare vivo, il fuoco ingoiava la baracca e la favela s’illuminava come se fosse giorno e tutti gridavano, e anch’io.

Non ho più smesso di venire. Mio zio mi dava tutto, le canne da farmi, il crack, tutto.

E mi piaceva stare qui tutto il giorno a fumare. Per far soldi scippavo e correvo, mi nascondevo nel buco… oppure chiedevo e tutti me li davano i soldi, e in fretta, per liberarsi di me.

Mi piaceva più stare qui che andare a scuola, là mi chiamavano “asino” e “orecchione” e allora non ci sono tornato mai più. “Asino” perchè ripetevo tutti gli anni la prima elementare e non imparavo mai a leggere e a scrivere.

“Orecchione”, per colpa della cicatrice. Ma non la cicatrice del fuoco. Questa rimane sotto i vestiti e non si vede: comincia sulla spalla e scende fino alla pancia, sembra Freddy Kruger, ma non la faccio vedere a nessuno. “Orecchione” è perchè ho l’orecchio tutto disfatto: sì, lo so che non è niente bello da vedere, ma che vuoi che ci faccia?

È stato il topo che me lo ha rosicchiato, io ero piccolo, dormivo nella baracca e mia mamma se ne stava sdraiata, svenuta di tanto ubriaca che era, e il topo è arrivato e mi ha mangiato l’orecchio. “Orecchione e Asino”, è così che mi chiamavano, e allora sono venuto qua. Quando ho cominciato a bazzicare con la droga, mi sono indebitato e i trafficanti mi hanno minacciato di morte. È da cinque anni che non ci torno, lá nel mio quartiere.

Cinque anni che non vedo mia madre…

Ma lei di me non gliene è mai fregato niente…

Lei pensa solo a bere…

Ma oggi è un po’ diverso, adesso sono qui, a colori, nella foto della carta d’identità, e l’orecchio non si vede neanche, è bestiale. I piccoli della piazza dicono che ne vogliono una uguale, ma loro mancano agli appuntamenti, io no. Io so curare le mie cose, lascio tutto sul tetto dell’edicola e avvolgo tutto in una coperta. E nessuno prende niente, mi conoscono tutti e mi rispettano. Quando succede qualcosa i piccoli mi chiamano come se fossi il loro babbo.

E io non permetto che gli succeda niente, ai piccoli. E se la polizia arriva posso far vedere alle guardie che adesso non sono un vagabondo, no, ho la mia carta d’identità qui, guarda.

È stata la mia “zia” che l’ha fatta insieme a me. Lei è andata fin là, nel mio quartiere, dove non posso neanche arrivarci vicino sennò mi ammazzano, lei è andata lá, nella mia scuola, ha attraversato la città. Prima è andata all’ufficio dove io pensavo che c’era il mio certificato di nascita, ma non c’era, mi ero sbagliato.

Allora la “zia” è andata nella mia scuola dove ho fatto la prima elementare quattro volte e ha preso il certificato di nascita. Bestiale… la segretaria si ricordava di me e mi ha mandato un abbraccio, la “zia” ha detto che tutti si ricordavano e che mi volevano bene, ma a scuola non ci vado più, adesso è la mia “zia” che mi insegna a leggere e scrivere. Lei, la mia “zia” viene sempre qui e mi insegna a scrivere. Per questo che ho firmato la carta d’identità, lei dice che non potevo più mettere il ditone, allora ha cominciato a sedersi con me qui, sul muretto della piazza e mi ha insegnato a scrivere.

Ci ho messo un po’ ma ho imparato e adesso ho voglia di studiare e voglio che la mia “zia” mi insegni. Se ho imparato io, possono imparare anche gli altri e quando hanno imparato possono farsi i documenti, come me.

Lo vedi questo qui, guarda la mia foto, questo sono io e questo è il mio nome.

Non è bestiale

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Gli amici del Vescovo

Nonostante gli innumerevoli tentativi non ci stanno riuscendo: la piazza non serve unicamente per passarci distratti, in fretta, sotto il giogo del tran-tran di tutti i giorni, la piazza è luogo di incontro, si! Ha un nome celebre, la piazza. È intitolata ad un personaggio importante che occupò un posto di grande responsabilità nella storia città. Alcuni dei suoi successori intrapresero la lotta per la libertà e la democrazia nel nostro Paese e sono ricordati fino ad oggi come simboli di integrità morale, sociale e civica. La piazza potrebbe portare anche i loro nomi.

Tia, se non fosse per te, mio figlio starebbe ancora per le strade, le sue commosse parole di ringraziamento. Alcuni mesi fa, di notte, passavamo per la piazza, volevamo avere notizie delle persone che lì vivevano. Sapevamo che, malgrado tutto, malgrado le deportazioni in massa, avremmo potuto rivedere qualcuno. Dopo tanto tempo ci siamo riconosciuti: noi, occhi attenti e curiosi, lei, ferma, fissa nell’attesa eterna di un Godot che potesse riscattarla. Era felice, parlava del figlio con l’orgoglio più intesno di cui una madre è capace. È tornato a casa, aiuta nel lavoro, aiuta a pesare i cartoni nella cooperatica dei “catadores”. Non è stato difficile convincere il figlio a tornare a casa. Un paio di conversazioni franche che enfatizzavano il suo senso di responsabilità, il suo orgoglio, il suo amore per la madre, finirono per indurlo a decidersi in favore di una vita lontano dalla strada. La madre manifestava la sua allegria di vedermi con abbracci e sorrisi. Il ragazzo, continua la sua vita con responsabilità; la madre invece ha patito la durezza di una esistenza vissuta al limite delle forze umane: è morta la settimana scorsa risucchiata dalla miseria, l’alcool, la malattia.

Passava il tempo cercando qualcuno che volesse lucidarsi le scarpe. Con il suo scatolone e gli attrezzi del mestiere vagabondava per le strade e per la piazza. Racimolava qualche spicciolo per la sopravvivenza e il vizio. Non è stato facile fargli capire l’esistenza di un’alternativa di vita. Anche in questo caso funzionò il richiamo al suo orgoglio, la necessità che sente ogni uomo di avere una casa per poter convivere con la sua donna. Uomo. Donna. Figlio. Sedici. Quindici. Bambino appena nato. Lavorò onestamente fino a risparmiare i soldi per costruire una baracca in favela. Una baracca di mattoni! Sembrava che l’uomo di sedici anni avesse finalmente ingranato la strada giusta. Sembrava. Qualche tempo dopo, spinto dai crescenti bisogni, dalla disperazione, dalla fame, dall’immaturità, spinto da una ingiustizia secolare, non riuscì a resistere al cammino facile del furto. Venne arrestato e condannato alla prigione. Ladro di polli, in galera, a fianco di criminali e assassini. Il ladro di polli fece un debito di droga. Non c’era mezzo per pagarlo. L’unica cosa che possedeva era la vita, la sua vita. La presero. Riscossero. Pagò.

Come il pacchetto ubriaco della famosa canzone, si alza da terra. Negli occhi la notte mal dormita, sulla pelle l’odore acre della mancanza troppo lunga di un bagno, nel viso il taglio di una barba fatta con lamette scadute, sulla faccia un gonfiore recente.Ieri ho litigato in piazza, Tia, ho litigato con un pezzente, un pazzo, è gonfio come chissà… Con la sua espressione di sempre, i suoi modi pur che sia, ringrazia la nostra presenza lì. Eu gosto muito di vocês, vi voglio molto bene, dice all’abbraccio. La piazza dove mi riunivo con i meninos è molto cambiata. Non ci sono più i muretti, le aiuole, hanno cambiato le panchine, lì nessuno può rimanerci più. Lui, il pacchetto ubriaco, è l’unico autorizzato, nessuno sa bene il perchè, ma è l’unico uomo di strada che ha fatto della piazza la sua abitazione. Mia madre è venuta sabato scorso, Tia, viene tutti i sabati, resta qui con me e dopo torna a casa sua… Io sto bene.

Ed io ci credo: è sopravvissuto tutto questo tempo, faccia sfigurata, sorriso largo, una allegria e una semplicità ereditate dal cielo. Non può neanche immaginarsi che è stato oggetto, ordine del giorno di una riunione tra il Comune e i responsabili per il restauro della biblioteca municipale. Sì, proprio lui, con quella cicatrice di bruciatura in viso e l’orecchio masticato dal topo quando, ancora bambino, dormiva nella sua baracca; proprio lui oggetto di discussione dei capoccioni, dei padroni del vapore, gente altolocata, importante.

La biblioteca municipale, oltre all’importanza in sè, è uno dei più importanti esempi dell’architettura moderna degli anni trenta del ventesimo secolo. Le linee sobrie, rette, razionali, si distaccano nel caos urbano del centro, trasformandola in un simbolo di dignità e di resistenza culturale. Il palazzo si trova nella grande piazza alberata, che, fino a pochi mesi fa era abitata da meninos e uomini de rua. Adesso non più. La piazza è stata ristrutturata secondo i criteri di rivitalizzazione urbana di cui abbiamo parlato in altre occasioni. Adesso nessuno può rimanere in piazza, solo lui. Dorme sotto la tettoia di un portone avvolto in una coperta. Organizza il movimento delle auto e delle moto che vogliono parcheggiare. Il progetto prevedeva di sostituire le inferriate che oggi circondano il palazzo con ampi specchi d’acqua. Il supervisore del Comune inveisce: Senza inferriate? Specchi d’acqua? La prima cosa che verrà in mente a quel soggetto è di farsi un bagno, nuotare. E poi, senza inferriate, lui verrà a dormire qua sotto. E questo che volete?

Gli architetti, ancora una volta, obbediscono, rimontano le inferriate e dimenticano per sempre gli specchi d’acqua. Lui, “quel soggetto”, il paccheto ubriaco, il nostro caro amico, continuerà felice, lì, dove, da sempre, vive.

São Paulo, Brasil – Marzo 2008

Don José Gaspar de Afonseca e Silva (Araxá, 6/1/1901 – Rio de Janeiro, 27/8/1943). Venne ordinato vescovo nella chiesa di Santa Cecília, a San Paolo il 28 Aprile 1935.

Nel 1939, Don José Gaspar riorganizzò la commissione dei lavori per la cattedrale, lancìo l’idea dei congressi regionali preceduti da settimane eucaristiche; riorganizzò i servizi ecclesiastici di carattere giuridico e amministrativo. Fondò tre scuole apostoliche e, nel 1940, un corso propedeutico per il Seminario Centrale dell’Immacolata Concezione; partecipò a vari congressi e riunioni ecclesiastiche; inaugurò corsi e “L’unione Sociale dell’Arcidiocesi”. In risposta alle necessità delle anime, creò nuove parrocchie e, per dare uniformità alle linee di azione dei sacerdoti, le divise in “decanati,. Per migliorare la formazione del clero, creò il corso propedeutico nel seminário. Impiantò nell’arcidiocesi le direttrici romane per la modernizzazione della Chiesa in Brasile. Nel 1942 intraprese il quarto “Congresso Eucaristico Nazionale” incentivando la partecipazione dei laici. Fu membro dell’Istituto Storico e Geográfico di San Paolo, vice presidente a partire dal 25 Gennaio 1942, membro onorario dell’Istituto Storico e Geográfico Brasiliano, dal 1943. Il 20 Marzo del 1941 ricevette il titolo di Dottor Honoris Causa dalla Facoltà di Filosofia di San Benedetto. Entrò nel Venerabile Ordine Terziario di San Francesco della Penitenza. Don José Gaspar fu arcivescovo di San Paolo fino al 27 Agosto 1943 quando morì all’età di 42 anni, a Rio de Janeiro, in un incidente aereo.  (http://www.arquidiocese-sp.org.br)

pig_iron_043Il Cammino, il Sorriso, il Dolore

Tire o seu sorriso do caminho

que eu quero passar com a minha dor

(Togli il tuo sorriso dal cammino che voglio passare con il mio dolore)

Gli appunti si accumulano come scarabocchi in confusi pensieri. Prima di scrivere in bella sul computer, carta e penna per pensare meglio, per far fluire fisicamente le idee, in modo che ogni parola usata non sia un bit, ma abbia corpo e consistenza. Stavolta però è più difficile.

Vorrei essere un sambista, un partideiro, un improvvisatore del samba per riuscire a comporre le melodie più belle e i versi più tristi, metterli insieme in una meravigliosa canzone da cantare sottovoce e consolare, come candela nel buio, le tenebre della mia anima.

Vorrei cominciare raccontando la tua storia, la nostra storia, ma l’unica cosa che mi viene in testa è l’immagine del tuo corpo appeso a un corda nelle inferiate della cella della prigione. E quella fredda e impassibile nota di due righe in internet…

Prendo l’album delle foto, voglio mettere la tua immagine come epigrafe di questo scritto con il tuo nome, Adriano Marinho da Cruz, e quattro semplici parole: Amico, Figlio, Cidadão, Brasileiro.

Amico, perché eri realmente amico di tutti. Abitavi nella piazza fin da quando, all’età di nove anni, scappasti di casa. Quando la baracca prese fuoco e ti lasciò quella cicatrice sul viso, proprio vicino a quell’altra, il morso di un topo. Amico sì, perché tutti ti volevano bene. Quanti ricordi, Amico mio, quanti ricordi! Le foto sono qui davanti a me, os meninos seduti a scrivere, a imparare a leggere seduti sul muretto, la nostra classe, la nostra scuola. Non ti ho mai raccontato di quella riunione in Comune quando venne modificato il progetto originale del restauro della biblioteca, non te l’ho mai raccontato. La fontana e il laghetto previsti, vennero sostituiti da una semplice aiuola con l’inferriata di protezione. Avevano paura che il laghetto e la fontana si trasformassero nella tua piscina privata. E avevano perfettamente ragione, saresti stato il primo a farci un bel tuffo… E quando hai avuto paura di firmare il tuo nome sulla carta di identità, ti ricordi? E guarda che ci eravamo esercitati per giorni e giorni: i primi segni timidi che si trasformavano piano piano in lettere… Stavi per desistere proprio davanti allo sportello… volevi ritornare a firmare col ditone, come gli analfabeti…, la paura di non riuscirci, la vergogna di sbagliare, di firmare tutto storto… Macché! Il tuo documento ce l’ho io, con la foto e la firma, il tuo nome, il cognome e pure il nome di chi sei figlio!

Figlio: tua madre ogni anno passava il Natale in piazza con te; era la prima cosa che mi raccontavi, felice allegro e orgoglioso: mia madre è venuta qui con me. Tua madre… che non è stata neanche avvisata della tua morte.

Nessuno le ha detto che suo figlio è morto appeso per il collo, assassinato nella cella della prigione dove era rinchiuso illegalmente. Immagina che un famoso giudice si stava occupando del tuo caso per toglierti da li, l’udienza era stata fissata per il giorno 4 di dicembre, ma tu eri già morto. Casa di detenzione: 700 posti, 1900 i rinchiusi, più del doppio. Uomini trasformati in animali. Non so cosa è successo, la nota di giornale non lo dice, ma gli amici della piazza immaginano i particolari. Sei stato scelto per morire: un messaggio agli altri, una vendetta, linciato e poi impiccato. E tua madre che non lo sa. Nessuno è stato capace di cercarla in modo che ti potesse seppellire, seppellire suo figlio. Né l’amministrazione pubblica che ti ha incarcerato e ha permesso la tua morte, né la pastorale carceraria che dà la notizia via internet. E allora Adriano, Amico e Figlio, sarò io che andrò da tua madre e con lei piangerò il suo pianto, è una promessa. Che per lo meno possa io cancellare quest’ultimo insulto che ti hanno fatto: essere sepolto in una fossa comune come un indigente. La nota in internet dice “morador de rua“, come se tu fossi un vagabondo, un barbone, un pezzente qualunque, come se nessuno lo sapesse che dormivi sotto la seconda tettoia a sinistra, lo stesso indirizzo da anni, e che lì in quella piazza lavoravi come posteggiatore e fattorino dei negozi. No, Amico mio, Figlio mio, tu eri un grande Cidadão che ti facevi in quattro per sopravvivere, eri un Cidadão del mio Paese, Cidadão di uno Stato che ti ha rinchiuso in una gabbia, ti ha linciato e ti ha lasciato appeso alle sbarre fino all’ultimo rantolo, uno Stato che ti ha sepolto come indigente in una bara di cartone nella fossa comune di un cimitero senza nome. Uno Stato che non ha avuto la decenza di cercare tua madre.

Cidadão. È questo che ho pensato ieri al ricevere il tuo biglietto da visita. Gli amici della grafica vicino alla piazza, hanno avuto l’idea: tutti hanno un biglietto da visita, anche tu, e insieme al tuo nome e l’indirizzo ci sono pure i tre cani inseparabili. Il biglietto da visita. La scritta che voglio mettere sotto la tua foto, Adriano Marinho da Cruz, Amico, Figlio, Cidadão, Brasileiro, che portava la sua croce, Cruz, perfino nel nome, come milioni di noi sempre hanno fatto e continuano a fare.

Senza più parole, senza più lacrime, stanca di tante lotte, di tanto lavoro, senza più sorridere, rimango con il mio immenso dolore. Un pezzo di me appeso lì sulle sbarre con te, sepolto nella fossa comune, nella terra rossa del mio Paese.

Adeus, Adriano, Adeus

São Paulo, Brasil 27 Dicembre 2012

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Il muro sempre più bianco continua a nascondere la favela e a riflettere la luce. Il rumore del traffico, non dà un momento di tregua. Seduti sulla panchina sbilenca sul retro del supermercato, con la voce incerta, Lui domanda: ti ricordi?

Lei: sí?

Lui: e il granello di sabbia?

Lei: quello dei mio occhio o quello del tuo?

São Paulo, Brasil | 18 Novembre 2014

Edith Moniz & Paolo D’Aprile

Foto: Giulio Di Meo

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