Frases

La sabbia negli occhi 2

La sabbia negli occhi 2a

Il tempo dell’attesa interminabile si è trasformato, non più tempo, ma calore e rumore. I portoni della casa di riposo apriranno tra un paio d’ore, hai voglia ad aspettare! I due vecchi amici, Lui e Lei, continuano sulla panchina sbilenca sul retro del super iper megagalattico supermercato. Lo scenario immutabile della periferia avvolge i loro pensieri lacrimosi. Dal loro aspetto è evidente che hanno cominciato la litania dei ricordi, d’altronde hanno una vita di lavoro alle spalle, Lui tanta voglia di fermarsi, Lei incapace di farlo. Pensano ora ai motivi, alle ragioni, ai perché di tutto. Perché cominciarono, perché malgrado tutto hanno continuato, perché tanta fatica, e  a volte, tanti rischi. E quanti sbagli Dio mio, quanti errori. Il problema è che nel loro lavoro gli sbagli li pagano poi i più deboli, le vittime. Lui per giustificare ogni suo errore arrivò perfino ad inventarsi un alter ego che chiamò Il Gran Lombardo, come quel personaggio di Elio Vittorini. Lei no, Lei non si è mai nascosta dietro nessuno, come si dice in portoghese ha sempre dato “a cara à tapas” , la faccia agli schiaffi, che significa non aver paura di assumersi le conseguenze di ciò che si fa. I lacrimevoli pensieri si sono soffermati parecchio su Adriano e su quel buco orrendo dove è stato sepolto. Poi piano piano si sono posati su un urlo.

Il traffico della tangenziale impedisce sul nascere ogni tipo di riflessione, ma Lui e Lei non hanno più bisogno di riflettere su tutto quello che hanno fatto. Conoscono bene le conseguenze di ogni gesto, di ogni loro parola. Dicevamo, i motivi e le ragioni… Lui: il mio diritto a vivere in un mondo senza miseria… poter rispondere a mia figlia quando un giorno mi avrebbe chiesto: ma tu dov’eri?

Lei: poter lasciare a mio nipote un Paese di cui esserne orgogliosi… non riuscire a tollerare quell’urlo.

Lui: non potevamo fare altrimenti.

Lei: non è vero, esiste sempre una alternativa.

Lui: in quella circostanza no.

Lei: invece sì

Lui: sì, un paio di coglion…

Lei: non cominciare!

Lui: scusa… ma non potevamo lasciare quel bambino per la strada

Lei: neanche la madre

Lui: il bambino era la vittima, il più debole.

Lei: anche la madre

Lui: un bambino appena nato non può rimanere per la strada, gli assistenti sociali dovevano essere avvisati, il bambino andava protetto, aveva diritto a una culla decente e non una scatola di cartone.

 Un lungo silenzio imposto dallo stridor di denti dei camion.

 Lei: abbiamo anche le fotografie.

Tacciono e sorridono. Ma il granello di sabbia irrita gli occhi. La madre del bambino urlava disperata, gli assistenti sociali glielo portavano via. Non c’era verso di calmarla. Le fotografie hanno accompagnato la crescita della pancia, il parto, le notti passate in piazza, la culla di cartone…

E le discussioni, anzi i monologhi di Lui, erano capaci di andare avanti per ore, per giorni: la realtà deve rimanere a disposizione per essere fotografata, o peggio ancora, fotografabile, e se così non è, peggio per lei… -diceva con sarcasmo mentre i bambini alla favelas gli saltavano addosso in una festosissima ammucchiata generale, mentre Lei frugava nella borsa alla ricerca della macchina fotografica. Perché le immagini ammazzano la riflessione, le sussurrava ogni volta che tutti i bambini si raggruppavano per vedere le foto della festa, e ridere delle boccacce proprie e altrui. La macchinetta infernale capace con un solo click di rubare l’anima alla gente, trasforma chiunque in un turista della realtà – sogghignava con la bava alla bocca, ebbrio di se stesso e della sua cultura. La risposta di Lei lo azzittiva prontamente: una foto si può trasformare in uno dei mezzi principali per sperimentare qualcosa, per dare il senso a una partecipazione, hai capito, Gran Lombardo di merda! La foto, apparire nella foto, per la mia gente che non sa neanche di stare viva, equivale ad esserci, a  riconscersi, a sapere che il passato esiste e che la vita non è solamente quell’eterno presente di sofferenza in cui vive, cretino, imbecille e deficiente che non sei altro. La fotografia darà loro l’immortalità. E poi lo sai benissimo che non le facciamo vedere a nessun altro che a loro. Noi non siamo come quegli italiani amici tuoi che arrivano qui con i loro preconcetti e trovano ad ogni momento il modo per rafforzare le loro convinzioni comportandosi con i nostri bambini come mai si sognerebbero di fare a casa loro, dove sarebbero processati immediatamente…. loro, i tuoi amici italiani, loro sì che si comportano come guardoni, come voyers di lusso che ad ogni foto violentano e distruggono non solo la dignità di un popolo, ma di quel poveraccio a cui hanno rubato l’immagine. Gli italiani le faranno rivedere poi a casa come un trofeo: guardate i meninos de rua, guardate le favelas, guardate la fogna, i topi morti…

Le nostre foto, caro Gran Lombardo, sono solo nostre: noi le facciamo e con noi rimangono, e come direbbe il poeta: Dio ce le ha date e guai a chi le tocca, hai capito testone?

La sabbia negli occhi 2bSì, certo che ho capito, ogni fotografia è come un memento mori…

E vai col tuo latinorum, linoleum linoleum est est…

La realtà è solamente frutto della memoria, lo dice Borges. Io continuo a vedere Lui e Lei, stanchi dal tanto pensare. Per l’ennesima volta tentano mettere in ordine i loro ricordi. Meno male che esistono le fotografie… ecco quella che ho in mano racconta proprio quando arrivò dall’Italia una troupe di cineasti al completo:

Il DOLORE DEGLI ALTRI

Azione teatrale in due scene e un epilogo

Personaggi

LEI

AIUTANTE

REGISTA

ONG

DOLORE DEGLI ALTRI

CANE

CORO

Scena 1

Domenica mattina. Terminate le presentazioni formali, Lei, Aiutante, Regista e Ong si riuniscono intorno a un grande tavolo nella Sede Centrale. Dalle finestre aperte si intuisce l’arrivo della pioggia. Lei e Aiutante sulla destra, ONG e Regista sulla sinistra. La diffidenza di Lei riguardo alla riunione è mediata dall’atteggiamento conciliante di Aiutante. Qualcuno da fuori porta un caffè per rompere il ghiaccio.

CORO – È dall’incontro che nascono le idee, non aver paura, Lei, non aver paura. È dall’incontro che nascono i propositi di buona volontà. È dall’incontro che si elevano i cuori. Non aver paura, Lei, non aver paura.

AIUTANTE – Questo caffè è una vera ciofeca!

LEI – Smettila.

Interprete – Che la verità sia dichiarata: è sempre meglio una ciofeca che… due!

TUTTI – E vero, è vero.

ONG – Allora… è molto bello trovarsi qui riuniti per una causa così nobile, così degna di lode, così grandiosa, una causa così… come dire… così. Una causa così! Non esistono le parole per definire un lavoro come questo, un proposito così elevato, così monumentale, così tanto… così! Un proposito così! Quanta gente ha bisogno di noi, quanta gente… è noi siamo qui allerta, pronti, come soldati del bene, come boy scouts dell’elemosina, come gli angeli dei morti di fame. Noi siamo venuti da lontano e andremo lontano grazie alla nostra infinita umiltà, la nostra grandiosa saggezza che ci fa conoscere le cose perfino prima che accadono. Noi sappiamo dove come e perché. Questa riunione ci riunisce riunendoci tutti noi con i più elevati propositi. Stiamo costruendo un mondo a nostra immagine e somiglianza, proprio nel moduccio che ci piace. Per questo, qui siamo, qui stiamo, qui resteremo. E per far ciò a volte abbiamo bisogno di un piccolo aiuto, piccolo piccolo, un tassellino piccolino nel monumentale mosaico finale del nostro trionfo.

CORO – Il bene degli altri è il mio bene benissimo.

AIUTANTE – È proprio così, bravo, bene bis.

TUTTI, meno LEI – È proprio così.

AIUTANTE, sottovoce a LEI – È vero, sai, questi sono bravi proprio. Non aver paura, e smettila di dubitare di tutto e di tutti, liberati di questo atteggiamento egolatra che ti fa pensare di essere dalla parte del giusto sempre e solamente tu e che il mondo intero di perseguita.

CORO – È dall’incontro….

LEI, seria a voce chiara – Tu sai molto bene quello che ho sofferto, soffro e soffrirò a causa della mia mania di fidarmi di tutti. O meglio, tu sai benissimo cosa Dolore degli altri ha sofferto, soffre e soffrirà. Perché io… stai pur tranquillo, io posso giocare ad occhi chiusi.

ONG – Ecco qui il nostro magnifico Regista. Lui, che ha attraversato il mondo per noi, non ci abbandona mai. Un giorno ci ha visitato e si è innamorato di noi, della nostra causa nobile e veritiera. Riunì le più grandi forze per idealizzare e realizzare un favoloso lavoro di divulgazione della nostra bontà e della nostra immensa opera. Adesso vogliamo di più. Vogliamo il mondo! E per siffatta impresa è necessario usare i mezzi che il mondo usa. Divulgazione e visibilità! Ecco qui le nostre armi. Quanto più visibili siamo, meglio è. Arriveremo in tutte le case, Toccheremo il cervello e il cuore degli uomini di buona volontà, amen.

CORO – Beati gli umili… i puri di cuore e i piccoli.

AIUTANTE rivolto a LEI – Hai visto, questa gente non scherza con le cose serie. Io conosco bene Regista e so benissimo di cosa è capace.

ONG – Adesso, caro Regista, parla, parla tu a noi e soprattutto parla a Lei che è venuta qui per aiutarti, aiutarci e aiutarci ad aiutare te: aiutateci ad aiutare!

REGISTA – La cosa deve essere rapida ed efficace, la finalità è dire il massimo nel minimo, arrivare direttamente al nocciolo del problema senza tante lagne, essere obiettivi, far vedere esattamente la realtà nuda e cruda così come è. Non deve essere difficile scovar Dolore degli altri in giro. Sappiamo che qui ci sono sette milioni di Dolori degli altri a vagabondare per le vie della città, basta che tu… com’è ti chiami tu, scusa?

LEI – Lei

REGISTA – Lei, allora Lei carissima, basta che tu mi porti nel posto giusto, esatto. Il resto lascialo a me che io so molto bene come fare e cosa fare

LEI – Sì ma che cosa…

ONG – Lascialo finire di parlare, non puoi interrompere spiegazioni importanti e veritiere di chi è già venuto con noi dappertutto. Stai attenta che tra un secondino Regista darà tutti i particolari delle sue buone intenzioni.

CORO – Di buone intezioni sono lastricate le strade dell’….

REGISTA – Lo so, lo so quello che vuoi sapere. Ecco qui…

AIUTANTE, sottovoce a LEI – Stai tranquilla , stai buonina, silenzio, chiudi il becco ed ascolta.

REGISTA – …è molto semplice, se vuoi che gli uomini di buona volontà si commuovano e piangano, versino lacrime di mea culpa e riempino i loro cuori di buoni sentimenti e propositi, se vuoi toccare le menti e i cuori devi arrivare diretto al centro del problema.

AIUTANTE, sottovoce a LEI – Hai visto, non te lo dicevo io? Sto tipo è un ganzo, è forte, e se tu continui con questa tua fretta e diffidenza mi fai fare una gran bella figuraccia.

REGISTA – E l’argomento deve essere diretto e obiettivo. L’argomento e il nocciolo. Il nocciolo!

LEI – Si, ho capito ma non ho ben afferrato…

AIUTANTE, sottovoce a LEI, conoscendone l’ironia – Mi avevi promesso di stare buona e zitta per … chi non risica non rosica.

REGISTA – Per esempio: sto parlando di prostituzione minorile. Niente di più giusto allora che filmare bambine prostitute. Immaginate il cuore pieno di buona volontà delle persone perbene. Si scioglierà in un minuto. Dice di più una immagine che mille parole. Sei d’accordo?

LEI – Più o meno, non è proprio così. A volte la parola è molto più forte di mille immagini. In principio era il Verbo! Non ricordi?

CORO – Scherza coi fanti ma lascia stare i santi.

ONG, in tono scherzoso – Che succede? Vuoi insegnare il padre nostro al parroco?

REGISTA – In città ci sono Sette milioni di Dolore degli altri. Mi hanno detto che tu li conosci tutti. Io voglio una o due, non di più. Tre o quattro. Una ripresa veloce, qualche secondo da niente e basta. Far vedere il Dolore degli altri così com’è. Hai capito?

LEI, fingendosi ignara – No.

REGISTA – Stiamo parlando di prostituzione infantile e voglio che mi porti fin là nella zona calda, dove le bambine lavorano, là dove Dolore degli altri mostri davvero la sua vera faccia.

LEI – No non è possibile, non è così che si fa, le cose sono molto più complesse e delicate.

REGISTA – Va bene, chissene. Per me non c’è problema e chi vedrà il filmino si arrangerà, basta che l’immagine si posta nel contesto esatto qualunque bambina può andar bene.

ONG – È vero, è una questione di contesto. L’immagine è veloce e non ferisce l’oggetto ma tocca il cuore di tutti gli uomini di buona volontà che vogliono sensibilizzarsi con il dolore degli altri.

LEI – E cioè?

AIUTANTE, sottovoce a LEI – E smettila di fare domande.

REGISTA – Aiutante ha ragione. Ascolta bene senza far domande che io so quello che faccio e so benissimo come le cose funzionano. Non vuoi portarmi a vedere le puttanelle? Va bene. Qualunque Dolore degli altri serve: io filmo e la bambina si mette nelle posizioni tipiche.

LEI – Cioè?

REGISTA – Come cioè? Gli atteggiamenti tipici di una piccola puttana. La bambina deve far finta di essere una puttana anche se non lo è. Guardare l’obiettivo con sensualità, toccarsi i capelli in quel modo, camminare sul ciglio della strada, ruotare la borsetta, ossia, far tutte le mosse, le mossette e le moine del caso.

LEI – Come sarebbe a dire? Tu vuoi mettere le bambine in situazioni scabrose in questo modo? Tu vuoi che loro si comportino come prostitute di strada?

ONG – No, ma cosa dici. Sai benissimo che queste bambine sempre finiscono per la cattiva strada. Prima o poi sempre diventano prostitute. Immagina che quella bambina che Regista filma non lo sia. Forse non lo è oggi, ma lo sarà certamente domani. E poi che differenza c’è tra l’oggi e il domani. Dolore è Dolore.

AIUTANTE – È proprio così, dolore è dolore. Che importa se la bambina cada nella vita oggi o domani. L’importante è l’effetto che la sua immagine è capace di provocare.

REGISTA – Allora, andiamo?

ONG – La nostra macchina è a vostra disposizione. Noi siamo sempre in prima linea quando la questione è aiutare chicchessia e per questo la nostra macchina adesso è vostra.

AIUTANTE, sottovoce a LEI – Puoi pure smetterla di fare questa faccia, hai capito molto bene lo spirito della faccenda. Le riprese possono essere di grande aiuto per tutti noi, Dolore degli altri compreso. E poi se non ci vuoi andare, al tuo posto ci vado io. Che tanto conosco tutti i dolori degli altri della città e so molto bene dove si nascondono. E poi, anche tu li hai fotografati un sacco di volte…

LEI – Ma sai molto bene che le foto sono mie e di nessun altro e poi alla fine le regalo a tutti i Dolori degli altri fotografati. Adesso la cosa è ben diversa.

AIUTANTE, sottovoce a LEI – Diversa un cavolo. Tu sempre stai a far dei problemi, tu vuoi sempre squalificare il lavoro degli altri.

AIUTANTE, per farsi sentire da tutti – Gente, gente, Lei è molto felice di poter aiutare, possiamo andare tranquilli, orsù andiam, andiam orsù.

Tutti, meno LEI – Andiam andiam

CORO – Urca che bello! Urca che bello!

Scena 2

Di ritorno alla Sede Centrale. Nel cortile, in piedi intorno alla macchina. Cielo scuro, nuvole pesanti, pioggia impellente.

REGISTA – Grazie tantissimo, grazie mille, senza di te, mia cara Lei, non avrei mai potuto fare riprese così spettacolari.

ONG – Hai visto, Lei è veramente incredibile. Conosce la feccia meglio di chiunque altro.

REGISTA – È stato bellissimo, domenica mattina, tutto chiuso, città abbandonata, desolazione totale. Dolore degli altri posava come un’attrice di lunga data, una capacità incredibile, non ho neanche avuto bisogno di darle consigli, niente. Dolore degli altri faceva tutto da sola. Quante bambine, dieci, venti? E quanti bambini, dieci, venti? È stato il massimo. Hai visto quando…

Nel ricordo di tutti, l’immagine di Dolore degli altri con la sua allegria di sempre fatta di disperazione e rassegnazione, droga, infinita attesa del Nulla che sempre arriva. Portando la morte nel suo sorriso di acida solitudine anche quando immersa nella folla, Dolore degli Altri, vestita di stracci si presenta nelle sue mille versioni diverse per il sollazzo di Ong e la commossa soddisfazione di Regista.

DOLORE DEGLI ALTRI – Filma me, filma noi, ci mandi al grande fratello? a domenica in? Cosa dobbiamo fare? Restare ferme? Sorridere alla cinepresa, far finta di… No? Non c’è bisogno? Basta essere noi, interpretare noi stesse, così nel modo come siamo?

Ehi Lei, Lei, vieni anche tu, abbraccia noi così, vieni vicino. Saremo famosi, è vero? Ehi Regista, ridimmi cosa devo fare: vuoi che guardi dritto qui? È adesso che devo sorridere e toccarmi i capelli?

Ehi chi è quel figlio di puttana che ha preso la mia colla, torna qui, vaffanculo, dopo facciamo i conti, hai capito?

Ehi Regista, filma quello stronzo e vedi quel che ti faccio! È a me che devi filmare. Guarda me, guardami, che ne pensi di questa posa, sembro un’attrice della novella, non è vero?

CANE al REGISTA – Bau bau, arf arf, grrrr grrrr.

DOLORE DEGLI ALTRI – Vieni qua, smettila. Ehi Regista non spaventarti mica, non morde, è il mio cane e vive con me là nel tombino è buono buonino e non fa niente. Lei, Lei diccelo te a Regista che il cane è buono buonino, diccelo. Che di notte lui scalda me e io scaldo lui e che siamo amici ed è Cane ammaestrato. Vuoi vedere? Salta, dai, salta. E noi due insieme non abbiamo più paura di niente, né della notte, né del freddo. Di paura ne ho già avuta, oggi non più, io ho lui e lui ha me. La paura arriva quando si pensa a lei, quando si lascia che lei entri dentro di noi. La paura arriva quando si fa forza perché non arrivi e che resti lontano da noi. È in quel momento che la paura arriva davvero e ti si incolla addosso, nella tua faccia, nelle tue mani, nei tuoi vestiti. E quando la paura arriva non va via mai più. Tu e la paura diventate uno solo, una cosa sola. Tu cominci a far paura e la paura passa da te agli altri che scappano da te per non aver paura loro, perché tu fai più paura della paura perché tu cominci ad avere la faccia, la puzza, la voce, le mani della paura. Guardami negli occhi, non c’è una lacrima. Eppure ti vedo che tremi, come un vigliacco, e mi guardi, come un accusato guarda il poliziotto e non sei piú capace di trattenere lo schifo che hai di me. Faccio schifo, il mio sguardo fa schifo, i miei occhi fanno schifo, io sono…

CANE al REGISTA- Bau Bau, arf arf, grrr grrr.

DOLORE DEGLI ALTRI – Non fa niente, è buono buonino, non aver paura.

Nel cortile della Sede Centrale

ONG – Allora cara Lei, grazie davvero. Siamo certi che Regista saprà utilizzare il materiale filmato nel miglior modo possibile. Dolore degli altri oggi era realmente in forma, e là c’era proprio di tutto: droga, colla, crack, bambini e bambine di tutte le forme e misure, cani rognosi, tombini e fogne.

REGISTA – È vero, non c’è stato bisogno di far niente. Dolore degli altri è arrivato da solo, spuntava, sorgeva, si materializzava dalle viscere della terra senza essere stato chiamato. Il film sarà un successo, vedrete che roba. Penso che ci metterò dei flash, parole, frasi di indignazione contro questa situazione e subito dopo le immagini, veloci, rapidamente, bambini e bambine… così nel modo come sono. Parole, frase e immagini, alternate. Non c’è stato bisogno delle puttanelle, Le parole, le frasi, le immagini, indurranno lo spettatore…

ONG – … a pensare esattamente quello che vogliamo che pensi. Esattamente quello che si deve pensare, immagini e parole insieme. Hai visto cara Lei, sei contenta? Nel film ci saranno le parole così come volevi tu. Questa è una trovata geniale. Bravo Regista, bravo. Toccheremo il cuore di tutti, faremo il mondo piangere, busseremo alla porta delle autorità e diremo: guardate come siamo buoni, guardate cosa stiamo facendo, dove lavoriamo, guardate la miseria del mondo, guardate come soffrono i sette milioni di Dolori degli altri.

LEI – Io… in realtà, non era proprio così che avevo pensato, ad ogni modo Dolore degli altri ha accettato le riprese di buon grado.

AIUTANTE, sottovoce a LEI – Parli come se non sapessi che Dolore degli altri è così come è… che basta stendere le braccia e subito corre per accucciarsi e prendersi le carezze, per approfittarsi della tua presenza.

LEI – Finiscila, stai zitto. Dolore degli altri viene da me perché gli voglio bene davvero. E oggi si è lasciato filmare perché Regista stava con me, sennò si sarebbe fatto pagare.

AIUTANTE – Come una piccola puttana.

REGISTA e ONG – Ad ogni modo tutto è andato oltre ogni aspettativa. Adesso dobbiamo andare. Volete salire per prendere un caffè?

LEI e AIUTANTE si allontanano sotto la vendetta della pioggia.

CORO – Lo sai che quando piove si va al mare con l’ombrello…

Epilogo

Davanti al computer al rintracciare il Film in internet.

LEI – Sei contento adesso? Ti è piaciuto il film? Parole e immagini… Dolore degli altri, minorenne, a posare come una puttana…

AIUTANTE – No non è vero, Dolore degli altri non sembra una… Hai ragione, hai ragione. Regista ha fatto quello che ha voluto. E così pure Ong ha fatto proprio quello che voleva. Il film è on line perché tutti lo possano vedere. Dolore degli altri non può neanche concepire quello che hanno fatto della sue immagine che noi abbiamo permesso, abbiamo lasciato che facessero. Hanno travisato tutto: parole e immagini come hanno voluto. Ecco il risultato, le nostre bambine trasformate in piccole puttane, il cuore delle persone perbene a pulsare il mea culpa, Ong in gloria eterna presso autorità e popoli e Dolore degli altri ancora una volta usato, triturato, annichilato. Una piccola puttana…

CORO, sottovoce ormai fuori scena – Di buone intenzione sono lastricate le strade dell’inferno, Urca che bello, Urca che bello!

LEI e AIUTANTE in lacrime non sanno più se stanno piangendo per le parole, per le immagini, per Dolore degli altri per la trappola in cui sono caduti, per il rimorso. Sipario.

CORO, come in un soffio ormai fuori scena, a teatro vuoto. Presenti in sala solamente i ritardatari, chi si è addormentato sulla poltrona, gli uomini delle pulizie – Piangete, piangete molto, piangete a volontà, La trappola di oggi non è stata la prima e neanche sarà l’ultima in cui voi due pappamolle cadrete, per questo vale un pianto di lacrime e sangue. Per voi non c’è rimorso che tenga.

E il Verbo?

Evviva, Evviva la ONG!

La sabbia negli occhi 2c FINE

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La scena è sempre la stessa: calore e rumore. Lui e Lei sulla panchina sbilenca, dietro al supermercato. L’eloquenza assordante del loro silenzio vince i camin, ma non il granello di sabbia che continua a irritare i loro occhi sempre più rossi…

São Paulo, Brasil | 01 Dicembre 2014

Edith Moniz & Paolo D’Aprile

Foto: Giulio Di Meo

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