Frases

La sabbia negli occhi 3

Il tempo sospeso sul retro del supermercato: potrebbe essere il titolo di un film di Bergman, altro che Jorge Amado e il suo Paese del Carnevale!

Ancora là quei due: panchina, luce, polvere, rumore e il muro provvidenziale ad impedire la vista della favela.  La sabbia negli occhi. Fanno finta di non piangere… Il loro dialogo riprende con un tono spiacevole, tra il sarcastico e l’ironico, tra la ricriminazone e il “te lo avevo detto, avevo ragione io”. A distanza di anni Lei è ancora furiosa. Da parte sua, Lui, non sa più cosa dire. Lei sperava molto di più: gli italiani sono stati una grande delusione, più per il loro atteggiamento che per il modo in cui si sono comportati e continuano tutt’ora a comportarsi. Perché le loro parole, la prosopopea con cui si riempiono la bocca, sono l’espressione di una mentalità che è ormai un dato di fatto, un assioma, un dogma, come a dire: così si fa, e così si deve fare. Il comportamento nefasto ne è la conseguenza. Chi parla male, pensa male, chi pensa male, agisce male. Le parole sono importanti: diceva urlando Nanni Moretti nel film Palombella Rossa. È vero, le parole sono pietre. E sono importanti. E di parole a vanvera, Lui e Lei, in tanti anni ne anno ascoltate a quintali, a tonnellate. Per questo Lei e Lui hanno preferito la via del lavoro costante, discreto e silenzioso, soprattutto silenzioso. Riunioni, conferenze congressi, dibattiti… Era un incontro ufficiale, importantissimo, e l’autorità di turno disse: “attenzione, i bambini di strada sono importanti, perché il giorno in cui non ce ne  saranno più tutti noi saremo disoccupati”.  Non importa il fatto che fosse un battuta infame, lo disse. E se ebbe il coraggio di dirlo in quella sede è facile pensare poi a come lavorava e al perché a quell’epoca in città ci fossero più di duemila bambini.

Ma in quanto a eloquenza, nessuno batte gli italiani. Lui e Lei sono d’accordo.

Ti ricordi quella volta al Consolato, tanti anni fa?

Sì, quanti anni?

Dieci.

Dieci?

Dieci.

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Suona Il Telefono

(Se la comunità non crea i suoi propri strumenti per risolvere localmente i suoi problemi, gli aiuti internazionali possono sprofondare in un pozzo senza fondo nel quale, e lo sappiamo bene tutti, la corruzione è il più insaziabile dei mostri. Questa frase tratta dal libro “En esto creo” del messicano Carlos Fuentes, non ha niente da spartire con lo scritto che segue. Forzare similitudini con la situazione che stiamo vivendo nella nostra città e nel nostro Paese sarebbe, appunto, una forzatura, un falso, una calunniosa speculazione degna di chi vuol trovare il pelo nell’uovo, di colui che non fa altro che criticare sempre e comunque tutto e tutti. Togliere una frase dal suo contesto, e travisarne il significato è proprio ciò che fa una persona in mala fede, o, come dicono a Roma, un pidocchioso. Per cui in questo caso non dirò mai: “ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale”, non lo dirò mai.)

Suona il telefono, è l’ambasciata italiana, vuole convocare una grande riunione di tutte le Ong italiane che lavorano in Brasile. Normalmente, il sottoscritto non lo degnerebbero di uno sguardo, ma oggi mi chiamano ufficialmente. Da qualche tempo collaboriamo con una associazione italiana, amici da tanti anni, una collaborazione la cui ragione di esistere è la promozione di incontri tra le persone, e una occasione di incontro è sempre positiva. E poi è la prima volta che le Istituzioni italiane si interessano ad attività come quelle svolte dalle Ong, senza essere state da esse chiamate. Quindi, incoraggiato dalle bellissime parole dell’amico Giuseppe: “Paolo, la nostra associazione, sei anche tu, nel senso che quando una persona è se stessa e rispetta l’altro come rispetta se stesso,ne è già parte integrante. Non occorre mettere etichette su progetti o iniziative, ma riconoscere l’altro”; bellissime e sagge parole, trovo il tempo e il modo, vado. Prendo il telefono: “Vieni anche tu, vero?”

“Certamente, andiamo”.

La visione di scorcio dell’Avenida Paulista che si ha dalla finestra della sala è realmente imponente, all’inizio del secolo scorso vi si trovavano le sontuose ville dei signori dalla monocultura del caffè, oggi le grandi banche nazionali e straniere, la sede della confederazione dell’industria, la Fiat, non c’è che dire, qui si continuano a decidere le sorti del Paese. Siamo all’ultimo piano del Consolato Italiano, una grande sala, tavoli a ferro di cavallo, schermo alla parete. Cominciamo a conoscerci e a riconoscerci, intuiamo che l’incontro sarà lungo. In attesa dell’inizio dei lavori, quattro chiacchiere. Con alcuni ci si conosce da tanto tempo, altri li incontriamo oggi per la prima volta. In compagnia della Tia Edith, mia inseparabile collega, braccio destro e testa pensante, prendo posto dando le spalle alla finestra. Poco più di una decina di associazioni italiane operanti sul territorio, ne mancano altrettante, il console aggiunto, alti funzionari dell’Ambasciata italiana di Brasilia ideatori e coordinatori della riunione, cominciamo.

Ci spiegano che è in atto da parte del governo italiano un vero e proprio tentativo di riconoscimento del lavoro di tutte le Ong che attuano in Brasile. La presenza italiana in questo paese è enorme ed importantissima. Milioni di discendenti diretti di nostri connazionali formano una comunità attiva e influente in tutto il territorio. Inoltre in questi ultimi anni si è fatta massiccia la presenza di organizzazioni non governative, le Ong, appunto, che operano nei più svariati segmenti: dal campo della preservazione dell’ambiente e dello studio della biodiversità ai problemi di ordine sociale, favelas, assistenza a ragazze madri, adozione a distanza, recupero di tossicodipendenti, meninos de rua. La lista è estesissma quanto lo sono i problemi di questa terra. Le Ong italiane ricevono finaziamenti sia da istituzioni brasiliane, sia dall’Italia attraverso contatti con enti pubblici e privati, governo compreso. L’ambasciata lavora direttamente con più di 300 progetti e in pochi anni, dal 2001 al 2004 ha stanziato una cifra enorme, 42 milioni di euro per finanziare inizative veramente importanti, una fra tutte: la costruzione di case popolari a Salvador nella favelas dos alagados, sostituire le palafitte con case in muratura, costruire strade, fogne, insomma, tutto il necessario per trasformare un quartiere miserabile in una città. Gli obiettivi dell’incontro sono vari: conoscerci innanzitutto, l’Ambasciata noi e noi l’ambasciata. Poi, conoscerci tra noi, le Ong. E allora cominciamo a turno a parlare dei nostri relativi progetti e iniziative. C’è chi si occupa di corsi professionalizzanti, chi del recupero di ragazze madri drogate; c’è chi è già così presente sul territorio che deve elencare le decine di attività: asili nido, artigianato, danza, ricreazione sportiva, avviamento al lavoro. La maggioranza appartiene ad associazioni religiose delle chiesa. Le foto ed i video proiettati sullo schermo illustrano attività bellissime in cui le persone coinvolte dimostrano felicità ed impegno, in luoghi trasformati dalla presenza attiva di tanti italiani che col lavoro di anni sono riusciti a modificare una realtà miserabile in un ambiente bello, umano, produttivo. Adesso è il mio turno: racconto un po’ di me, presente nella duplice veste di rappresentante di una piccola associazione italiana e rappresentante di me stesso. Parlo succintamente della prima e invece mi dilungo un po’ di più a parlare di me e del mio lavoro fatto esclusivamente dalle mie mani e dalla mia capacità professionale. La Tia Edith mi rifila, da sotto al tavolo, un paio di calci, capisco che è ora di finirla: ringrazio tutti per l’attenzione. Pausa caffè. In seguito ci si riunisce in piccoli gruppi. L’Ambasciata vuole sapere da ciascuno di noi come potrebbe rendersi utile a noi e al nostro lavoro, dice: “aiutateci ad aiutarvi”. Nei gruppi, nell’intimità del gruppetto, qualcuno esprime alcuni dubbi: quali le vere intenzioni dell’Ambasciata? Perché insiste nel voler creare un coordinamento? Perché solo adesso? Qualcuno azzarda pure a dire che tutto non passa di una manovra politica, una specie di cambiamento di rotta: il nuovo governo eletto coi voti degli italiani all’estero vuole dare maggior attenzione a questi elettori per futuri fini politici. Sono logicamente speculazioni gratuite. L’Ambasciata si affretta a ribadire che tali dubbi non sussistono, anzi, che quando si dimostra buona volontà bisogna aver fiducia. Giusto.

I gruppi rapidamente elaborano questioni che solo a pensarle, normalmente ci si metterebbe una settimana: necessità di un coordinamento, una rete, uno scambio di informazioni. Tutti hanno ammesso una certa vanità e una certa gelosia delle proprie iniziative, a volte molto simili tra loro e situate così vicine una all’altra da risultare ridondanti. Un altro punto importante, questione fondamentale, è quello della diminuzione della burocrazia quando si tratta di invio di fondi o donazioni dall’Italia, perché senza fondi e senza donazioni è veramente impossibile svolgere qualsiasi attività e tutti i lavori si fermerebbero a discapito della popolazione che frequenta ciascun progetto. I numeri sono così imponenti quanto la visione dell’Avenida Paulista: in dieci anni ventimila persone hanno frequentato la nostra associazione, dice uno dei presenti. Un altro ancora afferma che la sua organizzazione vive di tutte le donazioni che la Provvidenza mette a disposizione.  Per concludere l’Ambasciata comunica che continuerà la serie di questi incontri, iniziati a Belo Horizonte, con lo scopo di formare una vera e propria banca di dati di tutti i progetti perché l’interesse a collaborare esiste davvero e con qualunque tipo di progetto, “dai 5 mila ai 5 milioni di euro”. D’ora in poi l’Ambasciata metterà a disposizione delle Ong una specie di canale preferenziale: in caso di necessità possiamo entrare in contatto diretto per cercare di risolvere il problema. Il Consolato a sua volta, mette a disposizione i suoi locali per eventuali incontri tra le Ong e la comuità italiana. Le Ong si dichiarano disposte a cominciare a collaborare tra loro. Un primo incontro è sempre un modo per aprire una via di comunicazione, una sorta dichiarazione d’intenti, una sforzo in direzione ad obiettivi comuni. Ci salutiamo. L’Avenida Paulista, piena di gente, traffico. Piove. Sotto la tettoia del montacarichi, a due passi dalla porta del Consolato, un mucchio di stracci dorme rannicchiato per non bagnarsi. È un bambino.

***

Che palle ragazzi, che palle. Non se ne può più. Siamo entrati alle due, sono le sette e mezza. Guarda, guarda lì, hai visto? Tante ciarle, dai cinque ai cinquemilioni e guarda lì, no, non lo conosco ma è uno di quelli che bazzicano alla Paulista, dormono sotto il viadotto, lo stesso viadotto dove l’anno scorso hanno costruito le rampe anti-mendicante, ricordi? I ragazzi adesso stanno qualche passo più in là. No, dico io, hai sentito che roba?  Non hanno fatto altro che parlare di soldi. Come se dipendesse tutto da quello. Allora noi, io e te, Paolo e Edith, siamo proprio due poveracci, due disgraziati con le pezze al culo. Ma scusa, ma perché un incontro così non te lo fanno le autorità brasiliane, le dirette interessate? Si può solo pensare che o terceiro setor, il terzo settore,  è diventato così grande, così influente, muove così tanti soldi che il governo vuole vederci chiaro per vedere se ci può magnà anche lì. Ma hai visto quel tipo? Sì, quello seduto là in fondo. No, perché i vecchi ormai sappiamo come la pensano: missionari, lo fanno per dio, si prendono su dal lombardo veneto e si schiaffano in qualche favela miserabile con il loro entusiasmo evangelizzatore, qualche suorina a tiracollo, ti fondano un centro sociale e via andare. Sono qua da trent’anni. La stessa favela e loro là, stessa spiaggia stesso mare, stessi bambini moccolosi, negretti sorridenti nelle foto. E poi lo vedi come siamo bravi in artigianato, danza e musica popolare? Lo vedi? Chi è bravo in queste cose, l’avanzo tecnologico, scientifico economico e sociale se lo può scordare. Ci basta ballare un po’, o come diceva quella biondina italiana volontaria, ci bastano un paio di tamburi per sorridere ed essere felici: per essere felici ai brasiliani bastano un paio di tamburi! Hai capito: a noi basta che ci dai un paio di tamburi e risolviamo tutto, hai capito?. Dunque, dicevo, hai visto quel tipo? Quello è una figura nuova, anzi vecchia, vecchissima. È l’erede dei capoccia d’assemblea studentesca anni settanta, è quello che se prima si dedicava ad organizzare istanze alternative basandosi sul caz-zo-com-pa-gni-cioè e nel-la-mi-su-ra-in-cui, oggi sciorina espressioni in gergo burocratese-economese, che non vogliono dir niente ma che fanno una gran bella figura, sa tutto di Ong, come funzionano e come si collegano, è il classico professionista della miseria, come la maggioranza dei presenti, missionari inclusi.

  • Dai, non esagerare, stai buono, cosa dici?

  • No, lasciami parlare. Ricordi l’altro, quello delle ventimila persone, lo sai bene quello che hanno fatto, che son capaci di passarti sopra come un trattore.

  • Ma possibile che non ti vada mai bene niente?

  • Ma perché parlano tutti di soldi, soldi, soldi e ancora soldi? Ma non l’hai sentito quell’altro che nominava banche nostrane e stranienre come partner? Le banche!

  • Beh, meglio di te che invece nomini il signor José e la signora Maria…, dai non fare quella faccia sto scherzando.

  • E i negretti? Non se ne può più. perché sempre con ‘sti negretti che cantano ballano e ridono.

  • In questo caso hai ragione. Quando vuoi impressionare qualche italiano fagli vedere un paio di negretti scalzi che il successo è garantito.

  • Dai cinque a i cinquemilioni.

  • Adesso non dire stupidaggini, non parlare male dei missionari che lavorano seriamente.

  • Sì, seriamente, ‘sti due maroni. Ma non ricordi quando siamo stati in quel Centro tenuto da quei tre missionari italiani, padre Tizio, padre Caio, padre Sempronio? Ricordi che facevano la messa campale invocavano lo spiritosanto che, bada bene, arrivava davvero e quei poveri ragazzi entravano in trance e si dibattevano caduti a terra posseduti e mia figlia chiedeva, poverina: babbo, lo spiritosanto è un fantasma? E dopo la messa abbiamo detto a padre Tizio che se avesse fatto una cosa simile nella sua parrocchia in Italia sarebbe stato denunciato e arrestato e allora perché si permetteva di fare quella incresciosa pantomima qui?

  • Smettila di bestemmiare.

  • Bestemmiare un cazzo, è tutto vero, non ricordi che se ne andavano di notte in giro a svegliare i barboni che dormivano per dargli lo zuppone  ed esclamare con le braccia al cielo “dio-ti-ama-fratello-apri-la-bocca-e-magna-lo-zuppone…”

  • Adesso esageri, non puoi mettere tutti sullo stesso piano.

  • Ma non capisci che con l’aiuto esterno, niente, niente si può creare che nasca veramente dal basso, dai reali bisogni? Non lo sai anche tu che con l’aiuto esterno tutto è donato, tutto è dato, tutto è regalato, un bellissimo centro sociale che atterra come un disco volante in una favela miserabile e i negretti che ridono e ballano felici? E la funzione fondamentale delle organizzazioni della società civile, ossia, controllare le attività delle istituzioni pubbliche, farle funzionare, esigere che siano accessibili a tutti, questo ruolo importantissimo dove va a finire? Chi si assume le responsabilità, se le organizzazioni civili si sostituiscono alle istituzioni pubbliche? Scuola, Lavoro, Sanità sono diritti sacrosanti del cittadino e doveri dello Stato, a qualunque latitudine. Ed invece le Ong, e soprattutto le Ong internazionali, prendono il suo posto e non certo a malincuore anzi, sono ben contente di partecipare al banchetto, dai cinque ai cinquemilioni. Eppure lo sai anche tu quante Ong di tutti i tipi abbiamo in Brasile: 250.000, te lo ripeto per esteso, duecentocinquantamila! E l’ambiente continua a degradarsi come nonmai, e la miseria continua a mordere come e più di prima. In questà mondialità della bontà in questo villaggio globale del volontariato, e dei professionisti dell’aiuto ai poveracci, risorgono i vizi del villaggio locale: il tribalismo, il campanilismo associativo, il viva-il-parroco. E come la mettiamo poi con il principio della reciprocità? Te lo immagini cosa succederebbe in Italia se nelle periferie degradate di Roma o Milano cominciassero ad arrivare adepti e secerdoti del Candomblé o dell’Umbanda ad offrire ai nostri ragazzi, bulleti e sfaccendati, qualunquisti e fascistoidi, corsi di artigianto o corsi professionalizzanti per imparare a fare il fornaio o l’elettricista, e la domenica tutti al terreiro per il culto afro vestiti da orixá? Ma te lo immagini cosa direbbe la casalinga di Voghera a vedere una mandria di afro-brasiliani a danzare coi suoi figli in omaggio a Yemanjá? Probabilmente chiamerebbe i carabinieri, ma la domenica successiva manderebbe il suo contributo al terzo mondo, magari in Brasile, per sostenere un importantissimo progetto sociale. Ed invece noi, miserabili ma felici che siamo, non facciamo altro che ringraziare: Se non ci fosse questo progetto “Pinco e Pallino” chissà cosa sarebbe di me o dei miei figli negretti che ballano, probabilmete sarebbero già morti ammazzati o sarebbero diventati trafficanti di droga, baciamo le mani a vossia, grazie mille, continuate a mandare dai cinque o cinquemilioni che tanto per noi va bene lo stesso.

  • Sei fuori di testa, stai delirando, non capisci niente, adesso è meglio che sta zitto.

  • E poi te le immagini le Ong che collaborano tra loro? Scusi, lei di cosa si occupa? Di ragazze madri o di drogati? Di meninos di rua? Ah non mi dica, anch’io, conosco una Tia che è così brava bella e buona e ride sempre come i negretti questo è il suo e-mail… E lei scusi? Io, beh io mi occupo di corsi professionalizzanti, pensi che in tanti anni, l’altro giorno uno dei nostri ragazzi è riuscito a laurearsi… Ah bene bravo e da quanto tempo lavora? Quasi quarant’anni… e in quasi quarant’anni i suoi corsi sono riusciti a mandare un solo ragazzo all’università? Urcu can!

  • Mi hai stufato, adesso basta. Sai cosa sei? Sei peggio di tutti loro. Loro almeno qualcosa lo combinano, tu invece non fai che lamentarti e te ne stai a piangere sulle tue tristezze: mi hanno minacciato di morte, mi vogliono ammazzare, non mi fanno lavorare, nessuno mi vuole bene, buah buah…. E sai perché sei arrivato a questo punto? Perché vuoi fare tutto da solo e non dai retta a nessuno. Vai vai, vai a dormire e impara a rispettare gli altri che lavorano sul serio.

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Non più granelli di sabbia negli occhi. Lui e Lei ora ridono. Il loro lavoro li portava (e li porta tutt’ora) dai saloni del Consolato alle baracche di favelas, dalle conferenze internazionali ai tombini dei meninos de rua. Adesso ridono di loro stessi, ridono del tempo perduto, anzi della  ricerca del tempo perduto da Proust e da Bergman e anche da loro, sì del tempo che hanno perso in ciarle inutili…

Ma siccome quello che non strozza ingrassa e chi più ne ha più ne metta e l’uovo oggi è meglio della gallina di domani, ringraziano il sole, il traffico, la panchina sbilenca e il parcheggio che li ospita. La quantità di tempo perduto è molto meno di quello che ce n`è ancora da perdere. E di tempo oggi ne hanno davvero tanto.

São Paulo Brasil XXI secolo

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

Foto: Giulio Di Meo

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