Frases

NON

La sabbia negli occhi 2bPerché credo che ogni parola da scrivere debba mordere e graffiare. Se ciò che stiamo scrivendo non obbliga a svegliarsi come se fosse una bastonata nel cranio, perché allora spendere tempo e fatica a scrivere? perché rassicurare e confermare le idee di chi legge? Abbiamo bisogno di parole che ci travolgano come una disgrazia dolorosa, parole che ci portino in una selva incomprensibile in cui possiamo perderci da noi stessi. Parole che sappiano raggiungere l’orrore che ogni giorno costruiamo con la nostra vita e col quale conviviamo. Ma adesso non scriverai, non ti lamenterai più. Non descriverai più le stesse cose. Non conterai gli articoli che hai scritto in questi ultimi dieci anni e non dirai a nessuno che sono cinquecento. Cinquecento articoli, o forse più, a tre pagine l’uno, tremila pagine, Guerra e Pace, Delitto e Castigo e i Miserabili non hanno fatto meglio. Tremila pagine mandate ad amici lontani. La maggioranza di esse pubblicate da questi amici lontani che perdono perché non sapevano e non sanno quello che fanno. Non scriverai. Non risponderai più alle lettere. Decine e decine di persone incontrate. Alcune di esse veramente interessate, altre più impegnate a trovare una ragione per le loro vite morte che vedevano in noi un gradino su cui appoggiare la loro stanchezza. Non ricorderai i morti e le favelas, non ricorderai neanche uno dei tuoi meninos de rua che hai visto morire intorno a te senza che tu muovessi un dito, non saluterai mai più gli uomini di strada che ti riconosco dopo decenni. Non crederai più a una parola che dici nelle interminabili riunioni in cui entri per farti insultare e da cui esci insultato come ti meriti. Non scriverai più una riga. Non racconterai più niente a nessuno. Non parlerai degli scandali di corruzione della Petrobras, l’impresa statale le petrolio, e dei fondi neri ripassati a politici di tutti i partiti in una specie di colossale tangentopoli insituzionale. Non farai più niente. Non risponderai sorridente a chi ti scrive da lontano assurdità del tipo: “voglio venire ad aiutarvi…” come se ne avessimo bisogno! Non cercherai di spiegarti a chi non può capire e soprattutto non vuole capire, a chi sta benissimo dove sta perché da lì non si muove e allo stesso tempo dice e racconta al mondo come sta male e che quella sua situazione non riesce a sopportala. Non scenderai a compromessi. Non stringerai la mano a chi sai che è un delinquente. Non soffrirai più il dolore di chi te lo butta addosso perché non riesce a sopportarlo. Non sarai condiscendente con i giovani che ti cercano, perché giovane non lo sei più e i giovani non li comprendi e non ne capisci il linguaggio e non sopporti i loro computer da tasca con cui fingono di essere felici. Non parlerai con chi assiste e vive ogni giorno l’intollerabile come se stesse davanti a un grande schermo televisivo dimenticandosi della sua tradizione e della sua storia, anzi, cancellando questa tradizione e questa storia per sempre, come se non fossero mai esistite. Non.

Le righe di cui sopra, come sempre, sono state copiate da autori consacrati che esprimo molto meglio di noi quello che noi stessi sentiamo e vorremmo esprimere: Giorgio Agambem, Kafka, Georges Perec, Alberto Manguel. Il fatto è che scrivere ci è così difficile che siamo costretti a scopiazzare qua e là. Come si fa a spiegare che in città non c’è più acqua? Sì, non c’è più acqua, le riserve idriche sono ormai a secco. Il governo nega il razionamento, ma se apri il rubinetto di notte, non scende neanche una goccia. A casa mia. Perché in periferia l’acqua manca per cinque giorni a settimana filati. Come si fa a raccontare il numero dei morti ammazzati in scontri a fuoco nei primi due mesi dell’anno supera le tre centinaia? Oppure lo scandalo istituzionale che vede indagati dal Procuratore della Repubblica, oltre a cinquanta senatori e deputati di spicco, anche i presidenti della camera e del senato? Come si fa a dire che la Petrobras ha distribuito fondi neri per un valore che tocca i 200 miliardi? E se raccontassi dei gruppi di sterminio? O di quel menino di rua alto così che ieri ho visto uscire da un tombino di fogna, come ne vidi uno identico vent’anni fa, come se il tempo non fosse mai passato? Come possiamo scrivere e raccontare dell’industria delle adozioni internazionali, che in Italia utilizza associazioni rispettabili che qui invece comprano i bambini per cinquecento dollari?  Come faccio a parlare di istituzioni governative italiane che mandano i loro uomini pagati fior di euro a costruire progetti di “cooperazione e sviluppo sociale” in esclusivo appannaggio di imprese costituite con l’unico scopo di riciclare fondi illegali?

No, basta. Oggi basta davvero, non scriverò.

São Paulo Brasil XXI secolo

Paolo D’Aprile

Foto: Giulio Di Meo

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