Frases

La luce accesa

Campos ElíseosMille anni fa una rivista italiana mi chiese di scrivere un articolo sul nostro lavoro. Raccontai: una bambina con un foro di proiettile, l’infezione, il pus. La polizia in pattuglia non gradì le mie domande. Faccia al muro, fui perquisito in malo modo. L’articolo proseguiva, descrivevo la zona degli hotel della prostituzione minorile. I travestiti che mi consegnavano i ragazzini per accompagnarli nelle case di accoglienza. Avrei voluto raccontare di quando non diedi i dieci reais a quella bambina che implorava: se non porto a casa niente mi ammazzano. Morì strangolata, me lo aveva detto: mi ammazzano. E io, che pensavo di essere il Grande Lombardo del libro di Elio Vittorini, niente, non le diedi niente in nome dei miei principi. Lo seppi il giorno dopo. E io niente, non feci assolutamente niente. Oggi ho appuntamento con Patricia Kopatchinskaja.

La serata è ormai definitivamente perduta. Malinconia profonda e una voglia immensa di tornare indietro e chiudermi tra i miei libri. Agli appuntamenti mi piace arrivare presto, con ore di anticipo. Gironzolo nelle vicinanze, caffé, sigaretta, leggo qualche pagina del tascabile che mi porto appresso, rigironzolo. Faccio sempre così. Una tattica che funziona dal 1977 quando senza volere mi ritrovai sul palco ad aiutare i ragazzi che montavano l’amplificazione. Il concerto di Ivan Graziani lo vidi gratis, da sotto il palco. E negli anni a venire così fu, per Santana, Bob Dylan, Milton Nascimento, Bob Marley e tanti altri, e perfino Paul McCartney un paio di anni fa. Arrivare prima, gironzolare, e alla fine intrufolarsi per benino tra le maestranze, e il resto viene da sé. Ieri, però, non era certo questa la mia intenzione. Entrare gratis nella Sala São Paulo è impossibile. La più grande sala di concerto delle Americhe è un bunker invalicabile. Ci sia arriva in macchina, si parcheggia nei sotterranei da cui si sbuca direttamente nel foyer, la sicurezza innanzi tutto.

Campos Elíseos2In quell’articolo raccontavo l’assurda convivenza tra il meraviglioso teatro e il quartiere più infame della città.

Mille anni dopo, eccomi qui di nuovo. Tutto tale e quale. O quasi. Manca il muro dove appoggiai le mani e la faccia. È stato demolito il palazzo, anzi, l’isolato intero, al suo posto un bel parcheggio. È stato demolito mezzo quartiere. Gli hotel sono ancora al loro posto. E anche i bambini. I travestiti, il crack, lo spaccio all’aperto, gente per terra in preda a convulsioni.

I vari tentativi di intervento e di risanamento della zona, regolarmente falliti. Nel vuoto urbano creatosi con le demolizioni a tappeto è sorta una favela. Una settimana fa la sua demolizione. Prima però gli agenti del comune hanno dovuto scendere a patti con i capoccia. Scoppia lo scandalo. Dopo qualche ora, piovono i lacrimogeni, si spara, gente ferita. Ecco, la piazza è di nuovo libera. La massa dei drogati in cerca di crack si sposta qualche strada più in là. Niente più può minacciare la sicurezza degli spettatori della sala da concerto, e la mia.

Campos Elíseos1Alzo la testa e riconosco la finestra dove la ragazzina venne strangolata. Siedo al tavolino, ordino un caffè. Giovanotti e giovanette a farsi il solito selfie: fastidiose risatine due ottave sopra il livello di guardia. Un muro mi divide dalla sala di tortura. Sono nella sede della polizia politica. Oggi un centro culturale: museo della resistenza. Questi saloni grondano del sangue di migliaia di torturati. La sala da concerto nell’edificio contiguo mi spalanca le sue porte. Patricia Kopatchinskaja si contorce sul suo violino come un Jimi Hendrix impazzito. La sua musica mi riconcilia con il mondo e con la vita. Fino al momento di uscire: il pubblico corre verso i sotterranei, è essenziale fare presto per non rimanere imbottigliati nella calca fanatica. Le stesse persone che poc’anzi applaudivano estasiate, giacca cravatta e baciamo alle signore, ora s’insultano come ubriachi nell’ingorgo del garage, a respirare anidride carbonica e parolacce.

Io a piedi, verso la fermata. Due poliziotti si avvicinano, quasi quasi mi metto faccia al muro, invece: “Signore, signore… le consigliamo di non andare a piedi, è pericoloso”. Mi hanno chiamato signore. Un signore con gli occhiali, quasi pelato, pancetta, elegante quanto basta, a piedi, da solo, nel quartiere del crack, tra i travestiti, le puttane, i bambini-zombi, le case da gioco clandestine, un signore così lo faranno a pezzi dopo qualche metro, bisogna fermarlo, bisogna proteggerlo. Grazie grazie, volevo rispondere, grazie ma qui sono di casa. Invece, accenno educatamente e mi allontano. La finestra dove strangolarono la ragazzina, la luce accesa.

São Paulo, Brasil XXI secolo

Paolo D’Aprile

 

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