Frases

Appunti per un articolo da scrivere

SU UN FOGLIO VOLANTE, ALLA STAZIONE DELLA METRO

Qui comincio e ricomincio l’altrove incominciato, ancora, una due tre mille le volte in cui si è parlato scritto detto e ridetto, e allora scrivo e riscrivo il già detto il non detto e il ridetto, facendo ennesima figura, accia, raccia, figuraccia la mia, da ripetente da scemo da scemo ripetente. Importa-mi assai poco figura o figuraccia che sia e quindi dico e ridico racconto e conto le mille e una volta che di notte venni qui da solo o in compagnia (mala) che non raccomando neanche al peggior de li nemici mia. Orsù allora cominciam: l’asciugare il polo sud, il contar sabbia del Sahara. Inutile che al sottoscritto si pacchi la spalla acciaccata con complimenti di sorta: dici bravo bravo, rispondo grazie grazie e me ne vo’.bilheteunicobrunosantosterra

NEL FOYER

Entrata: Concerto – musica – sala da concerto – quartiere infame – zombi notturni – droga crack convulsioni stradali di bambini al mio cospetto. Il biglietto in mano permette a me solo di entrar. Bambini mi raccomando restar fuori, suvvia, avanti march: dentro a vomitar no, no, è d’uopo per lo meno la cravatta: a piedi scalzi mai!

E bel bello trotterellando come un trentino che in Trento entra, entro.

Uscita: vedi articolo precedente, tutto uguale pari pari, un mostruoso dejá vú. FINE APPUNTI

P.S. (Concerto bello, Carl Nielsen clarinet concert. e che è? robba bbona senti a me! ascoltare Leonard Berstein su iutub!) (E poi Beethoven col suo bel zazá, tiè).

carck 02

DURANTE L’INTERVALLO

Un giorno, in giacca e cravatta entrai in un tombino di fogna (ho la foto, anzi due) a casa di Rita. Abitava lì, ripeto, nel tombino di fogna. Era felicissima, mi disse pure che così elegante sembravo un cauboi! Un giorno in giacca e cravatta venni prima interrogato poi apostrofato da un professionista dell’assistenza di quelle associazioni italiote che piombano qui con le idee già bell’e pronte cariche di lire-dollari e bontà: per quale motivo questa eleganza eccessiva, quest’affronto alla miseria altrui? non lo sai che per stare coi miserabili, miserabile devi sembrar? La risposta sorridente: caro amico, sono appena uscito dal lavoro, e poi quando a vado a casa dei miei amici, voglio vestirmi bene, in giacca e cravatta.

E tu pure -continuava l’italico missionario- Tia Edith, perché così bella profumata ed elegante in questa melma?… E se non son io a tenerla ferma, quella gli cava gli occhi, gli cava.

carck 03IN CASA AL COMPUTER IN UN TÀ-TÀ e BONASERA SENZA RILEGGERE, FIGURIAMOCI CORREGGERE

I meninos che vivono intorno alla sala da concerto sono l’ultimo (il primo) prodotto di questa città di muri invalicabili e violenze permeabili. Nel senso di scoria. Come quando si prepara un buon piatto, che buono che buono… vai a vedere come è ridotta la cucina, dai una occhiata alla pattumiera, hai visto? hai benguardato, ecco: l’immondizia e il lordume sul tavolo, le bucce di tomato, l’uovo marcio, il gambo del carciofo, cartacce… sono loro, i meninos, il liquame che esce dalla sala da concerto sono loro. Nessuna humana pietas disponibile quindi, irriconoscibili, occhi spenti, ex-esseri umani. Ho un’altra foto: due mani stese, nella destra caramelle, nella sinistra il crack da fumare. Eravamo dentro a una galleria dell’asse nord-sud a dieci corsie, dove i bambini vivevano rannicchiati tra l’intercapedine dell’isolamento acustico, e il cemento. Poco più avanti, il tombino di Rita. Di quel gruppo che fotografai non ne è rimasto vivo nessuno. Oggi davanti alla sala da concerto, la scena è cento volte peggio di quella che vidi e fotografai. Non c’è cosa peggiore del’immobilità del tempo che passa, degli anni persi in discussioni inutili e in interventi ufficiali falliti dopo un mese. Noi… noi, noi… qui vecchi e malconci dopo tante mazzate quasi senza più il coraggio né la forza di abbracciare i nostri meninos che basta che li guardi con un sorriso, ti si sciolgono, squaquagliandosi cremosi tra le mani come gelato caldo, come Carlinhos seduto sulle scale della cattedrale che mi appoggiava la testa sulle gambe da cucciolone insalsicciato, o Juliano che si intrufolava dentro il mio giaccone per giocare (diceva) ma in realtà per essere abbracciato, come San Tommaso che non è mica vero che non credeva, lui sì che ci credeva, ma faceva finta di no, per poter abbracciare ancora una volta domineiddio.

Il vuoto intorno, buio, è freddo, si va a casa. Fine

São Paulo, Brasil XXI secolo

Paolo D’Aprile

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