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Giustizia per Haidala

di Andrea De Lotto

Takbar Haddi, una donna Saharawi di 42 anni, ha iniziato lo scorso 15 maggio uno sciopero della fame. Si trova davanti al consolato marocchino a Las Palmas nelle isole Canarie. In queste ultime ore le pressioni del governo e della polizia marocchina crescono.

Si tratta della madre del giovane Saharawi Mohamed Lamin Haidala, assassinato da alcuni coloni marocchini nella città di El Ayoun nei territori occupati del Sahara Occidentale. La madre chiede di avere il corpo del figlio e che si indaghi sulla sua morte.

In questi giorni in Spagna e in altre parti del mondo si sono svolte manifestazioni in suo sostegno. Vi preghiamo di leggere la lettera che ha scritto Takbar Haddi e diffondere la sua causa, come quella del popolo Saharawi.

Haidala 03

«Le mie forze appena mi permettono di pronunciare il tuo nome, chiudo gli occhi e ti vedo sorridente, allegro, come i tuoi amici, come i tuoi fratelli. Sempre mi dicevi che ero la tua eroina perché rispondevo a tutte le tue domande, oggi sono incapace di rispondere alle mie: Perché ti assassinarono? Perché ti destinarono a questo finale?

Il dolore, l’immenso dolore torna al mio fragile corpo e mi distrugge, mi fa male fino al più profondo del mio essere. Apro gli occhi e vedo la tua immagine insanguinata, vedo gente gridare “Giustizia per Haidala, Giustizia per Haidala!!!” Voglio gridare con loro: “Giustizia per Haidala, Giustizia per Haidala!!!”

La tua immagine sofferente, insanguinata, inietta forza in me, torno a respirare a fondo per resistere al mio dolore interiore, voglio avere forze per continuare a lottare per te. La mie domande continuano senza risposta: Perché a te? Perché ti hanno strappato la vita in questa forma così crudele? Sono persone o mostri?

Mi rimane solo da trovare le risposte ed esigere giustizia. Voglio che dei forensi indipendenti facciano una nuova autopsia sul tuo cadavere, figlio, perché i tuoi assassini ti sotterrarono senza che io potessi salutarti, non so dove stai, non mi lasciarono salutare te, né tu a me. I tuoi assassini continuano in libertà. Se non c’è giustizia, perché vivere, non voglio vivere.

Avevi solo 21 anni e molti progetti di futuro nel tuo paese, libero dall’occupazione, libero dai coloni assetati di sangue, come quelli che ti assassinarono e ti fecero agonizzare di commissariato in commissariato e pellegrinare da ospedale ad ospedale senza ricevere la minima attenzione di umanità.

Mohamed Lamin fosti aggredito a El Ayoun, la città che ti vide nascere, giocare, correre… Ti ferirono a morte quel fatidico giorno, il 31 di gennaio, erano cinque coloni marocchini che lavoravano in un negozio vicino a casa tua. Da quando arrivarono nella nostra terra, non hanno portato che dolore e miseria nelle nostre vite.

Figlio, so che soffristi perché ricevesti colpi e sassate al petto e alle braccia, ma la ferocia dei tuoi assassini è dimostrata dalla ferita grave che ti assestarono al collo con un paio di forbici. Come può esserci tanta crudeltà contro un ragazzo indifeso come te?

Haidala 02Anche noi donne soffriamo la violenza ogni giorno, nei nostri quartieri, ma mai avrei potuto immaginare che potevano strapparti da me così. Ho sofferto per te, per me e per tutti coloro che ogni giorno sono aggrediti per il solo fatto di dire che sono Saharawi, che amano la libertà come tu la amavi. Torno a chiudere gli occhi con enorme spossatezza. Voglio recuperare la tua immagine, la tua immagine felice, non quella insanguinata. Ti sento ridere, giocare con tuo fratello Seifeddin (18 anni), eri l’esempio per lui, il suo compagno inseparabile. Vedo anche il piccolo Darrag (8 anni), gli manchi e non capisce come mai tu non ci sia. Non può capire quanto soffristi nella tua agonia. Non ci sei più per prenderlo per mano e farlo girare attorno al tuo corpo mentre lui si sbellicava dal ridere. Continuano ad aspettarti ogni giorno.

Mi chiamano madre coraggio per il mio sciopero della fame, reclamando giustizia, vorrei non esserlo e che tu fossi qui, con me. 

Chiudo i miei occhi perché solo così cancellerò dalla mia mente le pene dell’esilio. Tornerò ad amare la vita quando tu tornerai, figlio».

Per maggiori informazioni su Takbar Haddi e il caso Haidala:

Justicia para Haidala

Pagina Fb

È possibile inoltre firmare questa petizione

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