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Yes we can

di Paolo D’Aprile

Forse l’unico uomo politico mi ha veramente rappresentato è stato Sandro Pertini. Era però un momento speciale, un momento unico: il funerale di Enrico Berlinguer. Era facile emozionarsi. Un mare di gente, le bandiere rosse, i pugni chiusi, la lunga agonia e la morte, il Presidente partigiano che accompagna la bara piangendo come un padre davanti al figlio ingiustamente scomparso. Pertini non disse una parola ma la sua presenza, la sua autorità morale mi rappresentava, con lui in quel momento c’ero anch’io: era il popolo italiano intero, era il mio Presidente.

15-06-29 PertiniPoi mai più. Neanche qualche mese dopo in Piazza Maggiore, durante i funerali di Stato delle vittime nell’ennesima bomba di quegli anni maledetti. C’ero, c’ero, con quelli del sindacato che malmenavano quelli dell’autonomia, spintonati fuori dalla piazza in malo modo. Ma no, stavolta nessun politico mi poteva rappresentare, c’ero per dare un ideale abbraccio ai parenti affranti e agli altri povericristi come me, potenziali vittime di un terrore tollerato e/o fomentato da quegli stessi politici presenti. D’accordo, Pertini, non aveva niente a che fare con quella gentaglia, però in quel momento non era uno di noi, ma il Capo dello Stato. Insomma non era lì per me. Non lo sentivo così. Certamente mi sbagliavo, ma era in questo modo che io e la maggioranza dei presenti in piazza percepiva quel momento. Ripeto,  la prima, la sola, l’unica, l’ultima volta in cui il gesto di un uomo del potere era il mio gesto, fu quella: il Presidente partigiano abbracciato alla bara di Enrico Berlinguer.

Ieri però è successo qualcosa. Il tele-giornale dà la notizia, e i conduttori ci scherzano pure su. Trasmettono uno spezzone di qualche secondo e traggono le loro conclusioni da osteria: “è stonato”, “è meglio che continui a fare il presidente e non ci riprovi più”. Vado in internet perché di loro, delle loro notizie, dei loro commenti non mi fido. La manipolazione della notizia è un fatto normale, scandalosamente normale. È rimasto negli annali quando – erano gli ultimi giorni del regime militare agonizzante – la presenza di un milione di persone in piazza per esigere la elezione diretta del presidente, venne descritta come una grande festa popolare in onore del patrono della città. Per cui non mi accontento dei commentacci a quello squarcio di immagine che mi hanno propinato: vado su il benedetto iutub. Un click, ed eccomi davanti ancora una volta a un presidente e un funerale. Siamo in America, la funzione ricorda le vittime dell’ultimo attentato: un killer entra in una chiesa e spara. La connotazione razzista è lampante. Le indagini lo confermano e soprattutto l’identità delle vittime. Ecco allora il discorso del Presidente, ignoro cosa abbia detto, ma a un certo momento tra lo stupore generale intona Amazing Grace, il canto gospel per eccellenza. I presenti al culto si alzano in piedi e cantano insieme. Il Presidente canta come un grande, come avrebbe fatto Ray Charlas, con le stesse lunghissime pause, le note glissate, le blue notes, le note tristi del gospel, del blues e del jazz, del canto dei maestri neri. Amazing Grace.

Terminata la strofa, visibilmente commosso, invoca i nomi di ciascuna delle vittime e per finire chiede la grazia divina per gl’Iunaited Steits Ofamerica.

È vero, a cantare è il Presidente, quello della stanza dei bottoni, il capo degli amerikani, gli amerikani!…  ma sono convinto che in quel momento Barack Obama era uno di loro, uno di quella comunità oltraggiata, un cittadino offeso, ma anche un uomo libero tra uomini liberi, uniti dalla più bella delle canzoni. Thank you, Mr. President.

São Paulo, Brasil XXI secolo

Paolo D’Aprile

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