Frases

Sillabe (cinque anni dopo)

Prometto che non farò neanche un accenno alla disastrosa situazione politica che stiamo vivendo: un governo sull’orlo dell’impeachemet che si barcamena distribuendo a destra e sinistra ministeri e appalti; una recessione come da quasi trent’anni non se ne vedeva uguale; squadroni della morte impazziti che seminano il panico nelle periferie abbandonate. Prometto che su questo non scriverò nemmeno una riga: perché davanti al dolore ogni spiegazione è ridondante, ogni analisi superflua, ogni commento inutile.

Prometto di non aggiungere in allegato il link dell’articolo in cui si parla del numero di omicidi in un unico anno: 58.559 (cinquattottomila cinquecento cinquanta nove) pari all’undici per cento di tutto gli omicidi commessi nel mondo.

Prometto che su questo non scriverò nulla, nemmeno una riga: perché davanti al dolore ogni…

Le ho chiesto di scrivere due parole, di raccontare brevemente. Mi ha inviato un vecchio articolo di cinque anni fa, pubblicato a suo tempo nella pagine del sito www.macondo.it. Sul momento ho pensato che si fosse sbagliata, invece no: rimandarlo, riproporlo tale e quale, rileggerlo, significa prendere atto che la storia si ripete in un ciclo infinito, un eterno presente da cui non si esce.

Gene Santos 002Il fatto, oggi come ieri: le si è avvicinato un ragazzino in cerca di aiuto. Le Tia Edith con tutta la sua esperienza riconosce al volo la situazione e sa che è vera.

Cinque anni fa scrivevamo così:

Il ciclo della povertà, il vortice della miseria si riproduce senza sosta. Lo Stato è una macchina che stritola i più deboli per confinarli nell’oblio. Gli occhi del mondo guardano sempre dove conviene guardare: se la tragedia di ieri nel villaggio di Sange in Congo – quando un camion cisterna ha preso fuoco provocando la morte di centinaia di persone – fosse successa a Roma o Parigi, come avrebbe reagito la comunità internazionale?
Tia Edith raccoglie la disperazione di uno dei suoi meninos conosciuto “per caso” in un clima di indifferenza generale, tra l’euforia fabbricata a tavolino e la violenza di un potere assassino. Oggi è completamente impotente, non le rimane altro che pregare.

Sillabe

Dal profondo a te grido, o Signore
Acabou-se, É finita. a dire il vero il ragazzo dice: se acabou (è la forma colloquiale, grammaticalmente scorretta per dire: acabou-se, NdT), proprio così con il pronome riflessivo all’inizio della frase: se acabou. Non sta pensando, come il Paese intero, alla seleção, la nazionale di calcio, eliminata troppo presto. Sta pensando a se stesso. Oggi compie diciotto anni e dice: è finita, se acabou. La tristezza è tale che le parole gli escono contate, ritmate in sillabe, sottolineate, come a voler diminuire la velocità inesorabile del tempo: se / a / ca / bou, è/fi/ni/ta.

Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera

La piazza indifferente al dramma del ragazzo, assorbe i rumori della città come una enorme conchiglia dove tutto riverbera in sé senza poterne uscire. Così è il ragazzo seduto al mio fianco, una conchiglia di dolore, chiuso in se stesso, a sillabare il significato del suo abbandono.

Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere?

Ricordo i miei diciotto anni e il “sorriso” del mondo di allora. Stavamo vivendo i giorni di orrore di un Paese che si arricchiva rapidamente quando invece la gente moriva di fame, quando Pelé alzava la Coppa Rimet e i prigionieri politici scomparivano per sempre nei sotterranei della più sanguinaria delle dittature. Novanta milioni in azione, avanti Brasile, salve a seleção (erano questi i primi versi delle canzoni patriottiche di allora che confondevano il “miracolo economico” del Paese con i successi della Nazionale di calcio)… Oggi siamo cento milioni in più. Cento milioni in più! E questo ragazzo per il quale tutto se acabou.

Ma presso di te è il perdono perciò avremo il tuo timore

È vissuto per anni in un abrigo (le case di accoglienza in cui vivono i bambini e gli adolescenti orfani fino a compiere i diciotto anni, NdT). Senza genitori, era sotto la tutela dello Stato che si è occupato di lui fino a ieri. Oggi cessa il dovere dello Stato e il ragazzo, maggiorenne, passa ad essere responsabile di se stesso. Lo Stato non ha più nessun dovere di accudirlo, di dargli vitto e alloggio. Fuori, ragazzo, adesso arrangiati.

Io spero nel Signore l’anima mia spera nella tua parola

Eccolo qui allora, seduto nella conchiglia della piazza. Sul muretto della piazza-conchiglia, della città-cane, dello Stato mostro. Lo Stato dice: Fuori dalla mia casa. E oggi il ragazzo dormirà na rua, per strada. Per strada, na rua, per strada, rua, rua, rua, rua. Il ragazzo dormirà na rua!

Valentina De Lorenzis 005L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora

Cerco di inventare una alternativa: le case di accoglienza notturna per os moradores, gli uomini di strada…, ma il ragazzo non è un barbone, il ragazzo non ha mai vissuto per la strada, il ragazzo ha sempre avuto un tetto, e qualcuno che di lui e dei suoi bisogni si occupava, il ragazzo non si immagina, non si può neanche immaginare com’è una casa di accoglienza notturna per moradores non può immaginarne l’odore, lo sporco, i pidocchi, le pulci, le urla, l’alcol, la droga, gli stracci.

Israele attenda il Signore perché presso il Signore è la Misericordia

Le grida dei prigionieri politici uscivano dai sotterranei e assordavano gli orecchi dell’Europa tutta, dei giovani, degli studenti di un continente che aveva lottato contro il fascismo e che aveva fatto della libertà le fondamenta della sua convivenza civile. Gli esiliati con le loro canzoni, i loro libri, divulgavano il dramma della mia gente imprigionata in un Paese ricoperto d’oro. Il mondo ascoltò e la pressione fu tanta che l’esecrabile regime militare implose sopra i suoi cardini di orrore.

Grande è presso di lui la redenzione, Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe

Oggi il silenzio è totale. Nell’euforia mondiale di plastica delle vuvuzelas si forgia a ferro e fuoco la solitudine dell’abisso. Nessuno mai ascolterà l’espressione dell’abbandono. Il ragazzo al mio fianco non urla, non ha nessuna forza per gridare. È totalmente solo.

Ascolta la mia parola custodiscimi all’ombra delle tue ali

Sul suo viso, non più lacrime. Solamente sillabe.

São Paulo, Brasil, oggi…
Edith Moniz e Paolo D’Aprile

Foto di Gene Santos e Valentina De Lorenzis

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