Frases

Piuttosto

di Edith Moniz e Paolo D’Aprile

São Paulo, Brasil XXI secolo

Allegria! Allegria! Innanzi tutto, allegria, perché abbiamo deciso che quest’anno parleremo solamente di cose belle nobili edificanti, non scriveremo sul governo, né sulla crisi económica, non parleremo di favelas, di problemi sociali e di simili sconcezze, non se ne può più. Quest’anno parleremo di musica e arte e certamente non dei meninos de rua che dopo tanti anni di assenza sono riapparsi per le strade del centro. Timidamente, pochi, in silenzio, sporchi lerci come sempre, ma sono tornati. Chissà dove andranno a dormire stasera che piove…, forse in quei tombini vicino alla banca. Oppure sotto l’edicola della piazza…

Naturalmente non ne conosciamo più neanche uno, i nostri sono tutti morti da un pezzo. Quelli che ce l’hanno fatta a diventare adulti, sono poi morti anche loro. Mille anni fa, il mio amico girava di notte per certe strade che io non ci andrei neanche di giorno. Li conosceva tutti per nome, uno per uno, di lui si fidavano, e piano piano riusciva a convincerli ad uscire dal tombino o dall’intercapedine tra il ponte e la terra, o dal buco nel muro della casa abbandonata, per accompagnarlo al centro di accoglienza. Con lui ci andavano. La regola però era inflessibile: proibito entrare senza scarpe. Ecco… un menino de rua con le scarpe? e quando mai?

Il mio amico non riusciva a convincere i direttori del centro, ci provava in tutti i modi. La casa, diceva, esiste per loro, il fatto di riuscire ad arrivare fino a qui è già un’impresa epica, hanno resistito alle tentazioni della strada e vogliono, devono, essere aiutati, ne hanno il diritto. Ma i direttori, silenzio, nisba, dura lex sed lex. I direttori dentro e i meninos de rua là fuori. Un freddo da cinque gradi (d’inverno fa freddo davvero, altro che) ma senza scarpe non si può. Un piccolo gruppo corse in direzione a un passante malcapitato e lo constrinse a cedere le sue. Sì, il poveretto si vide attorniato da una decina di ragazzini infuriati che esigevano le sue scarpe. Ecco allora che il primo si presenta al portone della casa di accoglienza, stracciato e sbrindellato come solo lui era capace di essere, ma con un paio di mocassini da George Clooney. Venne accolto amorosamente da solerti attendenti. Passano cinque minuti, improvvisamente si apre la finestra e vola giù un paio di scarpe, proprio quelle di George Clooney. Il secondo ragazzino se le infila e suona il campanello. Dopo cinque minuti la scena si ripete, entra il terzo, poi il quarto, il quinto… la finestra si apre e i mocassini volano ancora. Il mio amico dopo interminabili riunioni coi responsabili, i loro capi e i capi dei capi, fece capire che la storia della proibizione era un gravissimo errore che indirettamente incitava i meninos al crimine contro sfortunatissimi passanti. La proibizione fu abolita, ma sostituita da rigorosi controlli per evitare l’entrata di armi e droga. La casa funzionò per qualche anno ancora. Poi venne alla luce un losco giro di pedofilia che ne vedeva coinvolti proprio quegli stessi direttori, scoppiò il finimondo, piovvero denunce, diffide e processi, un vero casinodellamadonna.

MASP1

Mi sono perso. Storie vecchie. Quest’anno solo cose belle edificanti nobili.Voglio raccontare che finalmente il Museo di Arte di São Paulo, MASP, è ritornato alle sue origini. Un immenso salone, per vent’anni trasformato in un labirinto di sale e salette alla stregua di qualunque squallido museo europeo, ritorna al suo antico splendore di… immenso salone. I quadri disposti aleatoriamente uno accanto all’altro si trovano appesi a lastre di cristallo sostenute da blocchi di cemento. Il colpo d’occhio è fenomenale.

Van Gogh di fianco a Raffaello, Modigliani a Bosch, Picasso a Goya. Le spiegazioni si trovano sul retro del quadro in modo da non infastidirne la visione, in modo da lasciare che l’arte parli da sola. Costruito su un belvedere, il geniale architetto lo volle sostenuto da quattro pilastri rossi di cemento grezzo, lo volle di vetro in modo tale che da fuori si vedesse dentro e viceversa. E così fu. John Cage (non sapete chi è John Cage???? google, ragazzi, google) quando lo vide per la prima volta cominciò a ballare come un pazzo urlando a squarcia gola: this is the museum of freedom!

Il mio amico è in sollucchero. Cammina beota tra i capolavori, contempla Renoir e Matisse, Botticelli e Cézanne.

All’uscita, più beota di prima, eccolo giuggiolone a zonzo per la piazza del belvedere. Uno strattone alla giacca: una moneta per favore, dammi una moneta. Niente, imperterrito alza gli occhi al cielo, pensa all’arte, a John Cage, alla semplice libertà, e poi alla Libertà con la ELLE maiuscola, Freedom Freedom, canta come Richie Havens a Woodstock (…google, ragazzi, google…), pensa che deve raccontare tutto questo agli amici.

Un nuovo strattone, dammi una moneta, per favore una moneta. Ma quale moneta! io devo parlare di cose importanti, quest’anno allegria allegria, scriverò solo su cose belle, parlerò di arte, di musica, di libertà, altro che moneta altro che strattoni alla giacca, ma chi è che mi tocca te ne vuoi andare bambinaccio lurido zozzone puzzolente pidocchioso torna nella favela da dove non avresti mai dovuto uscire torna in quel tombino dove vivi smettila di toccarmi sparisci via di qua che ti faccio un culo così lasciami naufragare nella libertà nell’arte e in questa meravigliosa architettura non lo vedi che siamo nella Piazza di un museo e se fossimo al Louvre o agli Uffizi le guardie ti avrebbero già fatto sparire e qui invece mi devi rompere le balle con sta moneta ma non lo capisci che questo è un museo un mu-se-o e qui si deve solo pensare e parlare di arte e bellezza e l’arte guarda agli Dei e non ai topi di fogna come te e allora vattene carogna morto di fame schifoso non mi toccare sparisci via lontano da me non tornare più e vatti a mettere un paio di scarpe, piuttosto, che quest’anno sarà diverso quest’anno scriveremo solo cose edificanti elevate nobili belle, libertà, musica, arte…

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