Frases

Piedra del Sol

A Juan e la felicità del suo immenso sorriso

A Laura, per la costante disponibilità

A Carmen, per la presenza dell’amicizia

El sol es tiempo;

el tiempo, sol de piedra;

la piedra sangre.

Il sole è tempo; il tempo sole di pietra; la pietra sangue.

Perché per le strade senza tempo della nostra America cammina un fantasma, lo stesso spettro che tanti anni fa si aggirava per l’Europa, oggi arriva su barconi immondi da altre coste e altre guerre, un fantasma analfabeta, errante, esce dalle profondità di fangose prigioni, profugo. Inseguito da satrapi infernali, comprato e venduto in tenebrosi commerci nella borsa di New York e Milano, triturato, martirizzato e prostituito dai mercanti di pane e parole, senza più alcuna legge che non sia quella della frusta e della disperazione.

La scuola è qui davanti, la scuola occupata dai genitori degli alunni in una lotta destinata alla sconfitta, ma lotta tenace e orgogliosa, lotta antica di cinquecento anni, la scuola tappezzata di manifesti scritti a mano, tra i tanti, uno: la educación no es gratuita, a través de la historia la hemos pagada con la vida e la libertad, l’educazione non è gratuita, nella storia l’abbiamo pagata con la vita e la libertà. Un altro ancora La educación no se vende, se defiende. Attraverso la strada, la casa dove Trotzky visse gli ultimi anni e morì assassinato. Oggi più che mai la Rivoluzione Permanente del grande León sarebbe necessaria. I professori in sciopero vengono denigrati dalla stampa ufficiale di regime. Ecco che le donne del Chiapas mascherate arrivano con tonnellate di alimenti da distribuire, alla faccia dei telegiornali che parlano di perdite milionarie a causa delle manifestazioni che bloccano la metropoli e le strade del paese. Non arriva a cento dollari lo stipendio di un maestro. Cento dollari, e i cani del padrone, come i mastini di Cortés, saltano loro addosso per dilaniare le carni. Resistono i maestri, assieme ad alunni e genitori. La scuola davanti alla casa di Trotsky, un altro manifesto: A mi me enseño a leer un maestro, no un político ni un periodista, Un maestro mi ha insegnato a leggere, non un politico o un giornalista.

Foto di Paolo D'Aprile

Foto di Paolo D’Aprile

Il sangue continua a cadere senza direzione in tutta la città, nel ricordo che non muore dei desaparecidos nei massacri quotidiani totalmente ignorati da chi ci viene a visitare e passeggia negli autobus gran turismo cercando di confondersi nel passeggio per provare l’esotica ebrezza dei tropici. Mentre l’indio dissanguato dalla miseria e il suo carico insostenibile attraversa la savana di cemento in un trotto servile tutto inchini e sorrisi ad uso e consumo della signora brianzola in vacanza. Il macabro balletto del crimine istituzionale trascina montagne di cadaveri fucilati di fresco, e il pianto secolare della nostra America riempie il silenzio di pietra tra le muraglie violentate da spudorati flash.

Dalla cima della sacra collina la voce antica dell’umanità si fonde alla visión de Anáhuac, la region más transparente del aire si apre all’infinito. Lá, imponente tra le cime, il Picco dell’Aquila, testimone muto del tempo misurato in secoli, assiste al cambiamento della metropoli che non cambia: basta scavare qualche metro, l’acqua ancestrale è ancora lì. Arrivo sul cuore pulsante di Iztapalapa, città nella città, il Cerro de la Estrella, la montagna della Stella, dove ogni cinquantadue anni si rinnova il ciclo universale, la montagna che ha visto tutto e nasconde il suo segreto nelle caverne dei misteri. E l’immensa solitudine rinchiude in una cella di clausura la libertà assoluta di Suor Juana, le cui parole attraversano i muri e riempiono di lacrime i miei occhi quando il filo del silenzio, aprendo la porta al sogno della donna martoriata, l’inquietante Frida regina di ogni fantasia, trasforma la mia realtà in un luogo più degno; come al varcare la soglia della la casa-intestino, della casa mutante di architetto, sincero riflesso del sole, la casa-labirinto in cui perdendoti, ti incontri senza sapere se sei proprio tu o invece è lui, Barragan, l’uomo che respira.

La vocazione al sangue benedice Taltelolco, la Piazza delle Tre Culture. Dall’ultima battaglia tra i crocifissi dell’invasore europeo e l’orgoglio di un popolo distrutto, nasce un nuovo continente, che siamo noi, ardendo in febbre convulsiva, umiliati tra i palazzi di cristallo delle banche criminali e una tortilla di maíz. Perché la fame è un aratro spezzato nella terra arida del deserto della coscienza di orde assetate di esotici miraggi. E se é questo che volete, è questo che vi daremo, dicono gli indios tutti nudi per protesta. L’incrocio è il più importante, della città più importante, il traffico infame come a Cremona, Abbiategrasso, Pavia. E proprio loro, gli indios, ci obbligano a ricordare chi siamo, loro, gli invisibili per antonomasia che nessuno vuol vedere, per rendersi visibili stavolta si spogliano nudi e ballano e cantano e danzano, sui marciapiedi e tra le macchine strombazzanti, centinaia di indios, nudi, per essere visti. Donne uomini vecchi e bambini, Siamo qui! Adesso non potete non vederci. Di doloroso succo, di solchi scolpiti, di cicatrici in brace viva, coi loro corpi creano arte, arte in movimento permanente, desiderio di opulenza nato da privazioni di secoli, arte che ora naviga placida e prepotente nell’oro degli altari di cattedrali barocche. Il cuore disperso del popolo sommerso si alza e si riunisce in migliaia di facce sotto l’antica bandiera, la voce del vento chiama ancora, possiamo finalmente guardarci nello specchio perduto sottoterra e che abbiamo ritrovato, lo sappiamo, lo diciamo, lo cantiamo: mai più gli occhi ingordi dei padroni riusciranno a riposare, mai più potranno dormire. Con le nostre bocche tortuose scagliamo parole come pietre, e rinati dalla profondità del tempo diventiamo la terra di cui siamo fatti: noi, il sogno interrotto, noi, il pensiero falcidiato, noi, signori del nostro dolore di cento e cento e ancora cento anni di solitudine.

Unisci la tua voce ad altre voci, unisci la tua mano ad altre mani, dicono le vecchie mura della città costruita su un lago, Tenochtitlan. Vai e non guardare indietro, urla la retta geometria delle piramidi in Teotihuacán, la città dove gli uomini diventano Dei.

E così faccio, unisco la mia mano alla mano di Juan, Laura e Carmen che mi accolgono come un nuovo fratello arrivato da lontano, unisco la mia voce al canto ancestrale della mia gente e vado. Il Brasile, sdraiato nella pigrizia dei suoi fiumi immobili dal primo giorno della creazione, addormentato nell’estensione del suo vuoto splendore, mi aspetta a migliaia di chilometri. Domani devo andare a lavorare.

Paolo D’Aprile

Ciudad de México, Luglio 2016

(Alfonso Reyes, Octavio Paz, Carlos Fuentes, José Revueltas, Pablo Neruda, Chico Buarque, Garcia Marquez, Pier Paolo Pasolini, Serge Gruzinki, Carmen, Laura, Juan e chissà quanti altri, sono gli autori da cui ho copiato senza alcun ritegno ogni parola di queste mie poche righe)

 

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