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Che mi sento di morir

Che mi sento di morir Dal 3 al 21 agosto, i giorni delle olimpiadi, a Rio de Janeiro si sono verificate 107 sparatorie; 58 feriti, 34 morti. Il 90% dei turisti stranieri valuta come Buona/Eccellente, la sicurezza.

Il nuotatore americano si è inventato tutto. A Rio, in Brasile, nessuno ti mette la pistola in faccia per rapinarti. Qui ti sparano subito. Non è una battuta infame del sottoscritto, ma la dichiarazione del magistrato che ha condotto le indagini, non ha creduto alla versione della minaccia a mano armata semplicemente perché totalmente improbabile: qui i ladri ti sparano subito senza complimenti. L’indignazione con cui la sua bugia è stata trattata, non tanto dai media ma dalle autorità, rasenta il ridicolo: “voleva maculare l’immagine di Rio”, “siccome è americano pensa di poter fare quello che vuole”, “noi siamo un paese serio…”. L’onore nazionale messo alla prova è salvo. Il nuotatore scemo non tornerà tanto presto.

Però i 34 morti ammazzati in due settimane, esistono davvero e non sono turisti. Sono i nostri morti di tutti i giorni, sono il frutto della politica repressiva del nuovo governo. Ottantamila uomini, tra esercito, marina, aeronautica, forze speciali e polizia, pattugliavano giorno e notte la città, e nessun giornalista internazionale se ne è accorto, ma qualcuno deve aver sparato. L’operazione di repulisti urbano è cominciata molti mesi fa, con la rimozione forzata, una vera e propria deportazione, di migliaia di persone, per far posto ai nuovi stadi, alle vie di accesso, alla costruzione del boulevard olimpico che visto alla televisione ha fatto una gran bella figura. Antichi quartieri rasi al suolo, per la gioia di architetti di fama mondiale che dove passano fanno più danni della Luftwaffe, ma le cui opere piacciono tanto ai potenti di turno e ai turisti europei. Il repulisti urbano è costato il sangue di chi è morto nei crolli delle costruzioni eseguite in fretta e furia come la pista ciclabile a picco sul mare appena inaugurata e sbriciolatasi con la gente sopra ingoiando cinque persone.

Ma i 34 morti ammazzi in due settimane… Non certo in Copacabana. Alla televisione la vera città non l’hanno fatta vedere e non la si vede mai. La vera città dove milioni di persone vivono sotto il ricatto di milizie armate e trafficanti, gruppi di sterminio e violenza istituzionale, questa città non è apparsa in nessuna immagine. Il Presidente golpista dice: la morte di Hélio Andrade non riuscirà a rovinare la festa dei Giochi. Sì, certamente, non la rovinerà, sopratutto a lui, perché il soldato Hélio non è suo figlio. Apparteneva alla Força Nacional, veniva dallo stato di Roraima, là dall’estremo nord amazzonico. A Rio per la prima volta nella vita, era autista di un veicolo militare. In quel momento si trovava in uno svincolo di autostrade urbane, vie espresse di grande traffico, ponti, sopraelevate. Indeciso sul da farsi, prende una uscita quando doveva andare dritto. Entra per sbaglio nella favela da maré. Partono le raffiche. Hélio, soldato, alla guida di un automezzo militare senza conoscere la città, prende la strada sbagliata. I suoi colleghi cercano di aiutarlo, muore poco dopo all’ospedale. La favela da maré. Si guardi su google quanto è grande, quanta gente ci vive: si pensi che è appena una, una favela in un universo sterminato di miseria e abbandono. La reazione è durissima. Cinque morti nelle ventiquattro ore successive. Trattasi di trafficanti, ce lo hanno assicurato. La morte del soldato Hélio non può rovinare la festa dei Giochi, dice il Presidente. Et Circenses! perché di pane qui ne vediamo pochino davvero. E poi il 90% dei turisti intervistati ha valutato la sicurezza come Buona/Eccellente. Il sodato Hélio muore per aver sbagliato strada.

Ottantamila uomini. La prevenzione al terrorismo è il mero pretesto. Il Brasile non ha bisogno di ricerca universitaria, ma di armi, dice il ministro pitbull del governo usurpatore. Non si sparerà un colpo per garantire il golpe il cui ultimo atto si svolge in questo momento con il processo di Dilma al senato. Non si sparerà un colpo. Basta mettere ottantamila soldati per strada e lasciare 34 morti a insanguinare i vicoli delle favelas. Il messaggio dato è stato recepito forte e chiaro. La militarizzazione del territorio con la scusa della sicurezza e del terrorismo, lo smantellamento sistematico dei diritti sociali, le inchieste aperte sulle entità di classe, le organizzazioni studentesche e sindacali, la manipolazione dell’informazione, la divulgazione di notizie false o tendenziose, il controllo di Facebook e l’oscuramento temporaneo di WhatsApp come prova generale – fallita – del controllo totale dei flussi, non ferma la volontà popolare di manifestare la sua indignazione contro un governo golpista nato e fondato sulla corruzione più sfacciata. Hanno cercato di sottrarre al paese l’allegria delle olimpiadi con vani discorsi patriotici. Non ci sono riusciti. Sappiamo chi sono i nostri atleti, dove sono nati, da dove vengono e come hanno fatto ad arrivare sul podio. Nella magnifica festa di apertura, Temer, il presidente usurpatore, ha imposto che il suo nome non fosse annunciato. È bastato che dicesse “Declaro abertos os Jogos do Rio, celebrando a 31ª Olimpiada da era moderna”, per venire inondato da una serie di fischi che ha toccato i 110 decibel.

Dilma, nel suo ultimo atto pubblico. Dietro di lei la sua immagine di tanti anni fa. Foto: Marques/Agênica PT

Dilma, nel suo ultimo atto pubblico. Dietro di lei la sua immagine di tanti anni fa. Foto: Marques/Agênica PT

Domani mattina Dilma, legittima presidente, nell’aula sorda e grigia del senato federale si difenderà personalmente. Guarderà in faccia i suoi accusatori, la classe politica più corrotta e retrograda del mondo. Sono gli eredi dei boia che la torturarono, gli esecrabili militari oggi travestiti da senatori, da giornalisti, da magistrati che usano i mezzi e le garanzie democratiche per attaccare e distruggere la democrazia.

Un’altra fotografia. La ragazza di tanti anni fa davanti ai suoi torturatori, processata e condannata dai giudici che nascondo il viso. Sanno che potrebbero essere riconosciuti e uccisi dai guerriglieri. Oggi invece pare non riescano a reggere lo sguardo della futura presidente Dilma deposta dai loro maledetti eredi.

Oggi invece pare non riescano a reggere lo sguardo della futura presidente Dilma deposta dai loro maledetti eredi. Lúcia rimase in prigione per tre anni torturata nei modi più abietti. Qualche anno fa, già nella posizione di ministro, quando interpellata da una commissione parlamentare di inchiesta istituita per indagare la marea di scandali di corruzione del governo, venne apostrofata con sarcasmo: “Come facciamo a crederle, se ha sempre mentito, se quando venne interrogata dalla polizia mentì per tre anni consecutivi…?” Luiza fissò negli occhi colui che osò parlarle in quel modo e rispose: “Avevo diciannove anni, venni arrestata e torturata barbaramente, e dire la verità sotto tortura significa consegnare i compagni alla morte. Io, grazie a Dio, riuscii a mentire”. La sala, davanti alla voce alterata di Estela e al suo sguardo assoluto, sprofondò nel silenzio. Ascoltai attentamente il primo discorso di Wanda. Nel calore della vittoria, preferisce leggere per non dimenticarsi di niente, per non commettere errori, per essere il più chiara possibile. Dice Marina: “Non potremo riposare fino a quando esisterà gente che muore di fame, fino a quando ci saranno intere famiglie che vivono per la strada, mentre i bambini poveri vengono abbandonati alla loro sorte, fino a quando ci sarà il regno del crack e della crackolandia. Sradicare la miseria nei prossimi anni è una meta che faccio mia, per la quale chiedo umilmente l’appoggio di tutti quelli che possono aiutare il paese a superare questo abisso che ancora ci separa dal diventare una nazione sviluppata.” Quando il Paese viveva il suo momento più difficile, una ragazza di 19 anni decise da che parte stare. Decise che era venuto il momento. Entrò nella cladestinità, prese parte alla guerriglia. Si faceva chiamare Estela, Lúcia, Luiza, Patrícia, Wanda, Marina… L’unica cosa che ci rimane è questa nostra vita, allora compagni usiamola insieme prima che sia finita. Lotta, lotta di lunga durata…

A luta continua, coraggio Presidente Dilma.

Paolo D’Aprile

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