Frases

In Te, il mio nome

di Edith Moniz

traduzione di Paolo D’Aprile

_MG_6893La storia è quella di sempre, raccontata mille volte e mille volte vissuta. Ogni volta come se fosse la prima, l’ultima, l’unica. Lo sgomento è totale. La sofferenza è di pietra, la sofferenza è pietra. Il quartiere sotto le grinfie della speculazione, viene sistematicamente demolito. I lavori si fermano, le solite lungaggini della burocrazia che servono solo ed esclusivamente a far aumentare i prezzi richiesti e i costi pagati. Tonnellate di macerie danno rifugio ai derelitti creati dal miracolo economico ma eredi di anni di oppressione. La città tollera l’esistenza di un’area enorme in cui la morte è venduta sotto forma di crack, pietre di crack, macigni di crack. Centinaia di persone agglomerate in cerca della dose, massacrate da una violenza senza limiti patrocinata dall’azione connivente di autorità incapaci e corrotte. La storia è quella di sempre, raccontata mille volte e mille volte vissuta, unica. Vorremmo che così non fosse. Deus dá o frio conforme o cobertor, è un proverbio popolare, frutto di secoli di sofferenza: Dio dà il freddo a seconda della coperta. Cioè, se la coperta è leggera, il freddo dato da Dio sarà lieve. Ieri c’erano trenta gradi. Trenta gradi di ghiaccio, trenta gradi di tenebre. Alziamo gli occhi, ci hanno detto che da qualche parte brilla una luce.

In Te, il mio nome

Il peso dei morti fa girare la terra di notte e di giorno il peso dei vivi… Quando i morti saranno più dei vivi, la notte non avrà fine, sarà eterna. (Miguel Ângel Asturias)

Il tempo dell’attesa è definitivamente terminato.

La durezza dei nostri giorni impone tutta la sua violenza. Cerchiamo di fuggire in ogni modo al dolore incontrato ad ogni angolo di una città che vive trascinando il suo peso di vampiro vorace pronto ad eliminarti.

Il mio nome è Legione. Sono così tanti da non poterli contare.

Una volta li conoscevamo per nome, la loro storia, la loro vita.

Oggi è solo moltitudine di distruzione e morte, morte viva, vita che dà la morte.

Speculano gli usurai del cemento sulla vita del popolo perduto, ingannato.

La zona isolata da una barricata di rifiuti e macerie forma una piazza di delirio. Al suo interno si aggirano umanoidi mostruosi, deformati, tra escrementi, vomito e sangue. Il crack venduto a chili impregna l’aria del suo fetore mefitico. A pochi passi, madreperlacee bambine si lanciano ai porci. La base della polizia sembra garantire che il servizio scorra come deve scorrere. Il quartiere conteso a colpi di miliardi, squarciato, in rantoli è antro, sevizia, pus.

L’unica speranza è sapere che l’abisso è sempre più fondo.

Solamente il silenzio della natura offesa

trovo per me quando

inginocchiata cerco

la Tua presenza

Il caos deforme della città cruda

stritola il canto dell’anima mia

Nascosto dietro all’incomprensibile

camuffato nell’indecifrabile

nel colore nero del cemento

sei Tu,

Signore della sofferenza

Dio dell’abbandono

Persecutore degli afflitti

Ad ogni invocazione

l’oltraggio della lacrima dell’umile

è la tua risposta

E adesso chiedi scusa,

Padre,

dell’immane carico da trascinare

del peso della mia vita

dell’insopportabile dolore dei miei fratelli

E dal tanto cercare

senza più grida né sangue

senza più viso da offrirti

dimentico di ricordare

che per averti con me

basta solo

ricordare di dimenticarmi

E naufragare nell’amore inspiegabile

sciogliere ogni nodo

chiudere gli occhi

e riposare in Te.

Edith Moniz

gdm_photos_052Em Ti, o meu nome

O peso dos mortos faz girar a terra de noite, e de dia o peso dos vivos… Quando os mortos serão mais que os vivos, a noite não terá fim, será eterna. (Miguel Ângel Asturias)

O tempo da espera está definitivamente esgotado.

A dureza dos nossos dias impõe toda a sua violência. Procuramos fugir de todas as formas à dor encontrada em cada canto de uma cidade que vive arrastando o seu peso de vampiro voraz pronto a nos eliminar.

O meu nome é Legião. São tantos assim de não poder contá-los.

Uma vez os conhecíamos pelo nome, a sua história, a sua vida.

Hoje é somente multidão de destruição e morte, morte viva, vida que dá a morte.

Especulam os agiotas do cimento sobre a vida do povo perdido, enganado.

A zona isolada por uma barricada de lixo e entulhos forma uma praça de delírio. No seu interior perambulam humanóides monstruosos, deformados, entre excrementos, vômito e sangue. O crack vendido a quilos impregna o ar do seu fedor mefítico. A poucos passos, meninas peroladas lançam-se aos porcos. A base da polícia parece garantir que o serviço flua como deve fluir. O bairro disputado a golpe de bilhões, esquartejado, na agonia da morte é antro, sevícia, pus.

A única esperança é saber que o abismo é cada vez mais fundo.

Somente o silêncio da natureza ofendida

encontro para mim quando

ajoelhada busco

a Tua presença

O caos informe da cidade crua

esmaga o canto da minha alma

Escondido atrás do incompreensível

camuflado no indecifrável

na cor preta do cimento

estas Tu

Senhor do sofrimento

Deus do abandono

Perseguidor dos aflitos

A cada invocação

o ultraje da lágrima do último

é Tua resposta

Peça desculpas agora

Pai

do fardo que me destes

do peso da minha vida

da insuportável dor dos meus irmãos

E de tanto procurar

sem mais gritos nem sangue

sem mais rosto para oferecer

esqueci de me lembrar

que pra ter-Te comigo

basta só

lembrar de me esquecer…

E naufragar no amor inexplicável

desatar os nós

fechar os olhos

e descansar em Ti

Edith Moniz

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