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Prigioniero numero 89637-132

29 marzo 2017

In questi giorni ha fatto notizia l’arresto del “dissidente-blogger” Navalny durante una manifestazione non autorizzata a Mosca e la sua condanna a 15 giorni di carcere. Ne hanno parlato e scritto tutti gli organi di informazione. Grandi sono state le proteste da parte dei governi occidentali. Tra queste si è distinta la “ferma condanna” degli Stati Uniti e della UE che chiedono la sua immediata scarcerazione.

Ma io voglio ricordare il prigioniero numero 89637-132 che da oltre 41 anni è rinchiuso ingiustamente in un carcere statunitense. Questo prigioniero è colpevole di essere un indiano d’America e un attivista per i diritti del suo popolo. Ricordate che, il prigioniero numero 89637-132, è stato condannato per l’uccisione di due agenti FBI con prove e testimonianze fasulle, costruite ad arte. Ricordatevi che, anche alla luce di nuove prove e testimonianze che lo scagionavano, non gli è mai stato fatto un processo d’appello.

Abbiate memoria che anche l’ex presidente statunitense Barack Obama si è rifiutato di concedergli la grazia. E sappiate che i grandi giornali italiani hanno speso pochissimo inchiostro per far conoscere la storia di quest’uomo, ridotto a numero. Ma il prigioniero numero 89637-132 ha un nome e un cognome. Si chiama Leonard Peltier. Abbiate coscienza che Leonard Peltier è una persona alla quale è stata tolto tutto perché voleva vivere libero. Sappiate che non ha mai piegato la schiena. Sappiate che, ancora oggi, nonostante tutto, vive a testa alta. Ricordatevi che a Leonard Peltier è stata negata giustizia e, molto probabilmente, morirà innocente nel carcere di un paese che viene considerato democratico. Ricordatelo ai vostri cari, agli amici, ai conoscenti. Non possiamo, non dobbiamo lasciarlo solo.

di Giorgio Langella

(da “I grandi piani. Un viaggio nelle praterie nordamericane”, Feltrinelli, Milano 1990)

“Io amo Cavallo Pazzo,
perché rimase se stesso dal momento in cui nacque fino a quando morì;
perché sapeva esattamente dove voleva vivere e non se ne andò mai;
perché, sebbene fosse stato ucciso,
persino l’esercito ammise che non era mai stato prigioniero;
perché, a differenza di molta altra gente al mondo,
quando incontrò gli uomini bianchi non fu sminuito dall’incontro;
perché l’idea di diventare un contadino non gli passò mai per la mente;
perché non incontrò mai il Presidente;
perché non viaggiò mai con il treno, non dormì mai in una pensione,
non mangiò mai seduto a tavola;
perché non portò mai una medaglia o un cilindro
o altre cose che l’uomo bianco poteva avergli dato”.

da “I grandi piani. Un viaggio nelle praterie nordamericane”, Feltrinelli, Milano 1990)

 Ian Frazier

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