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Quer pasticciaccio brutto

di Paolo D’Aprile

Ha usato l’elicottero senza il mio permesso!

È bastata questa dichiarazione per dare tutta la colpa al pilota: dieci anni di galera o forse più. E al custode della fazenda, complice del pilota. Chiuso. Pietra sopra. Velo pietoso. Capito? E che non si dica che il proprietario dell’elicottero è un importante senatore che risponde agli ordini di un altro senatore, ben più importante, che proprio ieri…e in questo momento…silenzio.

E che non si dica che la fazenda in cui è atterrato l’elicottero, e quella da cui è partito, hanno a che vedere con quel potente senatore di cui sopra, capo del partito di governo, candidato sconfitto alle elezioni presidenziali. Che non si accenni neanche per sogno, mi raccomando, al carico dell’elicottero, a cosa trasportava. Cinquecento chili di pasta. Pasta di cocaina pura. Dicono che da cinquecento chili di pasta di cocaina pura si può ricavarne almeno una tonnellata da sniffare. Sull’elicottero del senatore, nella fazenda del senatore. La colpa è del pilota e del custode. È successo due anni fa e non interessa più a nessuno. Basta. Che nessuno si azzardi a collegare alti personaggi della politica con il traffico internazionale di droga. Tutti zitti.

Ieri…, però…ecco che vengono divulgate le immagini del senatore a ricevere dai soliti imprenditori corrotti (in combutta con gli investigatori) una valigia piena di soldi: esige la consueta mazzetta. Stavolta la valigia ha un chip elettronico e le banconote sono tutte segnate. La polizia federale segue il viaggio di questi soldi dalle mani del senatore fino alla sede di una nota impresa fantasma specializzata in riciclaggio. A chi appartiene detta impresa? Ma al padrone dell’elicottero di due anni fa, ragazzi! Quello con cinquecento chili di pasta di cocaina. Silenzio, non ditelo a nessuno, che qui la stampa non ne accenna neanche, immaginatevi il telegiornale.

A proposito di telegiornale: ieri i due giornalisti annunciavano la notizia con la voce tremante di emozione, uno di loro commette pure la storica gaffe: “l’ex presidente Michel Temer…” “No, scusate, Il Presidente Michel Temer”…si riferiva alla registrazione del futuro ex presidente Temer in cui egli stesso in persona si raccomanda di consegnare un’ennesima valigia di soldi a un noto corrotto già condannato e in galera! Ma non un corrotto qualunque. Si tratta di colui che ha condotto il processo di Impeachment, uno degli uomini più potenti e temuti del paese, uno di quelli che persino dal carcere riesce a ricattare ed imporre la sua volontà.

E adesso guardiamo attentamente questa sequenza di fotografie. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo attraverso le espressioni e il linguaggio corporale dei personaggi.

I due amici della fila superiore si scambiano un’allegra battuta. I signori nella fila anteriore sembrano infastiditi, non tanto dal brusio, ma dal non poter partecipare alla festicciola degli amichetti. I discolacci dovrebbero saper comportarsi in una cerimonia ufficiale, perbacco! È la consegna del premio “Il Brasiliano dell’anno”, indetto da quella famosa rivista che ha collaborato al golpe contro Dilma pubblicando notizie false e manipolando le informazioni…come quando disse che Lula stava per rifugiarsi nell’ambasciata italiana e di notte un elicottero lo avrebbe portato via (e vai! un altro elicottero!)…o quell’altra notizia con tanto di copertina: Dilma è pazza, prende dosi da cavallo di calmanti, dice parolacce e bestemmie e picchia la segretaria. Ecco sì, è proprio questa rivista che consegna il premio “il Brasiliano dell’anno” al presidente Temer. Quello che ieri sera è stato chiamato “ex” in una storica gaffe. Quello che ha ordinato di consegnare la valigia di soldi al corrotto in galera. Capito?

Torniamo alla foto. I due con il muso lungo in prima fila sono (da sinistra): il governatore di São Paulo – sotto inchiesta, l’inchiesta di cui Lula è il massimo accusato, e di cui abbiamo già parlato in tanti scritti, inchiesta denominata Lava Jato. Vicino a lui, apparentemente incazzato nero, Michel Temer, presidente della Repubblica.

Gli amichetti in seconda fila: attenzione però, che adesso li nomino da destra a sinistra. Il primo a destra è…. Aécio Neves. Sì, proprio lui. Il senatore che mandava la valigia di soldi col chip in quell’impresa fantasma, per essere riciclati, l’impresa che appartiene al padrone dell’elicottero dei cinquecento chili di pasta di cocaina, il senatore che adesso, in questo esatto momento mentre scrivo, sta per andare in galera, anch’esso indagato nella maxi inchiesta Lava Jato.

Ricapitoliamo, cominciando dal basso a sinistra: il governatore di São Paulo; il presidente della repubblica incazzato; il senatore (stavo per dire: il senatore della cocaina…). Dulcis in fundo ecco il quarto personaggio, quello che sghignazza col senatore, è… dai, provate a indovinare… Ma síííí, è il giudice Sergio Moro, che dirige l’inchiesta Lava Jato, proprio lui in persona, Sergio Moro, il grande inquisitore di Lula, a sghignazzare col senatore che oggi va in galera, e che al momento della foto era indagato proprio da lui, da Sergio Moro, che contemporaneamente indagava il governatore di São Paulo. E ora tirate pure le vostre conclusioni che tanto io non vi racconto più niente. Sono stato chiaro? Avete capito?

E adesso per cambiare tema, concludiamo con una canzoncina:

“Eu miro na cabeça, atiro sem errar

Se munição eu já não tiver, pancadaria vai rolar

Bate na cara, espanca até matar

Arranca a cabeça e explode ela no ar

Arranca a pele e esmaga os seus ossos

Joga ele na vala e reza um Pai Nosso.

Muito tempo se passou nesta guerra desleal, os bandidos vão morrer…”

Traduco:

Io miro alla testa, sparo senza sbagliarmi,

se finiscono le munizioni, comincio a bastonare;

lo picchio in faccia, fino ad ucciderlo,

gli stacco la testa e la faccio esplodere in aria,

lo scuoio vivo e gli sfracello le ossa,

lo butto nella fossa e prego un Padre Nostro.

È passato troppo tempo in questa guerra sleale, i banditi moriranno…”

Ascoltiamo:

È la canzone della Polizia Militare dello Stato del Paraná. Chissà, come sarà l’inno di quella di Rio, di Bahia, di São Paulo, chissà.

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