Frases

Il filo rosso

di Paolo D’Aprile

Ricordati di Jango. Così gli disse il leggendario Leonel Brizola. Ricordati di Jango. Non era una minaccia, neanche un avvertimento velato. Era semplicemente la costatazione di una realtà definita dalla Storia e che si può riassumere nella frase di uno dei nostri intellettuali più amati: Ogni volta che il Brasile Reale, il Brasile dell’immensa maggioranza dei diseredati, ogni volta che alza la testa, il Brasile Ufficiale arriva e gliela taglia. Ricordati di Jango.

Dimas Antonio Casimiro. Lo hanno incontrato nel 1990, ma nessuno sapeva ancora che era lui. Quello che rimaneva delle sue ossa stava nella poltiglia di una fossa comune clandestina in un cimitero della periferia. Una fossa comune clandestina, come in Bosnia a Srebrenica. Centinaia di corpi. Mille, forse più. Era il 1990 e quei resti si trovavano lì da vent’anni. Oggi sappiamo che uno di loro è Dimas Antonio Casimiro. Aveva 26 anni quando morì.

E gli hanno pure sparato. Naturalmente quasi nessuno ha preso in seria considerazione l’attentato. Anzi, sono arrivati a dire che si era sparato da solo. È tutta la vita che lo fanno: quando cominciò la sua attività, dicevano che il dito della mano sinistra, spappolato da un tornio, se lo era amputato lui stesso per non lavorare più e poter vivere di pensione e risarcimenti. Sono passati quarant’anni e davanti all’evidenza dei buchi di proiettile sulla carrozzeria, dicono che qualcuno dell’entourage ha fatto il servizio sporco.

Marielle invece no. Marielle è morta sul colpo. Chi ha sparato sapeva benissimo come fare. Marielle è diventata un simbolo mondiale della lotta per i diritti civili. Ma è dovuta morire. Perché qui chi lotta per i diritti civili viene ammazzato. Tanti anni fa il mio amico venne avvisato dal commissario in persona: Tu sei un uomo morto. Anche in questo caso non era una minaccia, ma la constatazione obiettiva di una situazione imminente. La prima cosa che hanno fatto è stata quella di denegrarne l’immagine, pubblica e privata. Gli avvoltoi dell’internet selvaggia e di una informazione di fogna non si sono risparmiati: Marielle è morta sì, ma sappiate che… e vai con calunnie e falsità.

Anche con Jango fu così. Basta leggere i giornali dell’epoca. Lo si accusava di contatti con la Russia Sovietica, di prendere soldi dal KGB, di essere comunista sovversivo. Di voler trasformare il Brasile in una nuova Cuba. Nossa bandeira jamais será vermelha, La nostra bandiera non sarà mai rossa. Era uno degli slogan dell’epoca, gli slogan che gli gridavano addosso da ogni parte e che lui non ascoltò.

Mancava all’appello dal 1971 quando venne catturato dalle forze di sicurezza. Non se ne seppe più niente. Chissà quanto tempo ci vorrà per identificare i centinaia di cadaveri della fossa comune. Sono ormai pezzettini di ossa, mescolati insieme, putrida brodaglia. Per riuscire a identificare Dimas si sono rivolti direttamente agli specialisti della Bosnia, appunto, a quelli di Srebrenica che furono capaci di dare nome e dignità alle loro vittime. Dimas, scomparso negli anni settanta, ritrovato nei novanta, identificato ieri. I resti di ossa di altri mille corpi sono ancora nei sacchi. Di questo passo per ricomporre il macabro puzzle ci vorranno secoli.

La carovana ha viaggiato per tutto il Brasile. Ufficialmente in pre-campagna elettorale, come un profeta senza tempo ritorna alla sua gente. Da nord a sud. In realtà il vecchio leader vuole sentire per l’ultima volta l’abbraccio del suo popolo. L’abbraccio vero, le mani, la faccia, le braccia, i corpi, il vecchio leader vuole sentire ancora una volta la voce e le grida di chi non ha mai perso la speranza, di quel Brasile Reale a cui vogliono continuamente tagliare la testa. Se non fossero i siti alternativi e la stampa indipendente non ne sapremmo assolutamente niente.

Marielle. Forse basta legare i punti: Marielle viene nominata presidente della commissione civile di controllo delle attività militari. La città è occupata dall’esercito che si abbandona alle più disumane arbitrarietà ed esige carta bianca per poter sparare ed eventualmente uccidere, senza poi renderne conto a nessuno. Il comandante supremo dice che Rio è un laboratorio per il Brasile. Marielle non ci sta. Dieci giorni dopo, denuncia le violenze istituzionali. Quattro giorni dopo, Marielle muore. Io so, direbbe Pasolini. Io so, affermo, punto il dito e accuso.

Jango, un affettuoso soprannome, in realtà era João Goulart di professione Presidente della Repubblica. Il suo ultimo discorso ne decretò la fine. Annunciava la riforma agraria, i diritti sindacali, la dignità dei lavoratori. I generali non aspettarono più. Con l’appoggio strategico delle portaerei americane davanti a Copacabana, dominarono il Paese e cominciò l’inferno. Jango andò in esilio, qualche hanno dopo Dimas Antonio Casimiro venne catturato, torturato, ucciso, nascosto in una fossa comune clandestina.

La carovana arriva negli stati del sud totalmente ignorata dai grandi organi di informazione. È bastato che un esaltato lanciasse un uovo: Lula cacciato via, la malinconica fine di un leader: nossa bandeira jamais será vermelha, la nostra bandiera non sarà mai rossa, urlano in un becero coro i manifestanti usciti come zombie dalle viscere della terra. Dall’uovo alle sassate, dalle pietre agli spari. Le calunnie di cui sopra restano in vigore fino alla divulgazione del risultato della perizia. Sono proprio buchi di pallottole quelli sulla carrozzeria del pullman. Chi ha sparato lo ha fatto per uccidere. Lula sa che ormai è finita. Il capo dell’esercito dice che oggi come ieri è pronto a intervenire per salvare Paese nel caso che il tribunale non faccia il suo dovere. Il tribunale vota. Viene spedito l’ordine di arresto. Come una beffa, si impone al vecchio leader di presentarsi il tal giorno alla tal ora. Lula cerca i suoi. I suoi gli si stringono intorno. Non lo lasciano andar via. Tornerò più forte di prima, dice. Viene portato in trionfo, a spalla. Non te andare, resta con noi. Lula invece deve andare, è obbligato ad andare. Oggi dormirà in prigione.

Un filo rosso. Il filo rosso. Le sorti di Jango, quelle di Dimas, la morte di Marielle, gli spari contro Lula, la sua cattura. È un duello di giganti Da un lato tutto il potere della magistratura, tutta la stampa corporativa, tutto il mondo imprenditoriale, tutto il volume delle risorse della macchina pubblica in mano al ciarpame politico, tutto l’odio di classe e tutto il potere di una rete televisiva che detine l’80% del mercato dell’informazione del paese (dice Le Monde). Dall’altro lato Jango. Dall’altro lato Dimas. Dall’altro lato Marielle. Dall’altro lato Lula. Il filo rosso della storia. Il filo rosso fatto del nostro sangue. Il filo rosso che che lega il nostro destino individuale a quello della nazione. Quando il Brasile Reale alza la testa, il Brasile ufficiale arriva e gliela taglia. Ma a luta não tem hora pra acabar, a luta é pra vida inteira. La lotta non ha un un momento per finire, la lotta dura tutta la vita. Eccomi.

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